Aemilia

Le Alpi, si sa, sono un muro di sasso, una diga confusa, fanno tabula rasa
di noi che qui sotto, lontano, più in basso, abbiamo la casa;
la casa ed i piedi in questa spianata di sole che strozza la gola alle rane,
di nebbia compatta, scabrosa, stirata che sembra di pane
ed una strada antica come l’ uomo marcata ai bordi dalla fantasie di un duomo
e fiumi, falsi avventurieri che trasformano i padani in marinai non veri…

Emilia sdraiata fra i campi e sui prati, lagune e piroghe delle terramare,
guerrieri del Nord dai capelli gessati, ne hai visti passare!
Emilia allungata fra l’ olmo e il vigneto, voltata a cercare quel mare mancante
e il monte Appennino rivela il segreto e diventa un gigante.
Lungo la strada fra una piazza e un duomo hai messo al mondo questa specie d’ uomo:

vero, aperto, finto, strano, chiuso, anarchico, verdiano… brutta razza, l’ emiliano!

Emilia sognante fra l’ oggi e il domani, di cibo, motori, di lusso e balere,
Emilia di facce, di grida, di mani, sarà un grande piacere
vedere in futuro da un mondo lontano quaggiù sulla terra una macchia di verde
e sentire il mio cuore che batte più piano e là dentro si perde…
passeggia un cane e abbaia al vento un uomo…

Ora ti saluto, è quasi sera, si fa tardi, si va a vivere o a dormire da Las Vegas a Piacenza,
fari per chilometri ti accecano testardi, ma io sento che hai pazienza, dovrai ancora sopportarci….

In fila indiana durante il terremoto

Ieri mattina alle 9.00, alla scuola elementare di Bologna Don Marella, avevano appena iniziato un’esercitazione sulle cose da fare durante un terremoto.

I bambini si sono, diligentemente, messi sotto i banchi, hanno aspettato pazientemente poi, in fila come soldatini addestrati sono usciti dalla scuola.

Una volta fuori un bambino ha detto alla maestra: “Signora maestra, siamo stati proprio bravi, eh, ha tremato persino la terra!”

Che meraviglia la straordinaria ingenuità dei bambini.

Lettera al terremoto per spiegare l’Emilia Romagna

Gentile Sig. Terremoto,
c’è una cosa che non hai capito della mia terra, ora te la racconto.

Per chiamarci non basta una parola sola: Emilia Romagna, Emiliano Romagnoli, ce ne vogliono almeno due; e anche un trattino per unirle, e poi non bastano neanche quelle.

Perché siamo tante cose, tutte insieme e tutte diverse, un inverno continentale, con un freddo che ti ghiaccia il respiro, e una estate tropicale che ti scioglie la testa, e a volte tutto insieme come diceva Pierpaolo Pasolini, capaci di avere un inverno con il sole e la neve, pianure che si perdono piatte all’orizzonte, e montagne fra le più alte d’italia, la terra e l’acqua che si fondono alle foci dei fiumi in un paesaggio che sembra di essere alla fine del mondo.

Città d’arte e distretti industriali, le spiagge delle riviere che pulsano sia di giorno che di notte, e spesso soltanto una strada o una ferrovia a separare tutto questo; e noi le viviamo tutte queste cose, nello stesso momento, perché siamo gente che lavora a Bologna, dorme a Modena, e va a ballare a Rimini come diceva Pier Vittorio Tondelli, e tutto ci sembra comunque la stessa città che si chiama Emilia Romagna.

Siamo tante cose, tutte diverse e tutte insieme, per esempio siamo una regione nel cuore dell’Italia, quasi al centro dell’Italia, eppure siamo una regione di frontiera, siamo anche noi un trattino, una cerniera fra il nord e il sud, e se dal nord al sud vuoi andare e viceversa devi passare per forza da qui, dall’Emilia Romagna, e come tutti i posti di frontiera, qualcosa da ma qualcosa prende a chi passa, e soprattutto a chi resta, ad esempio a chi è venuto qui per studiare a lavorare oppure a divertirsi e poi ha decido di rimanerci tutta la vita… in questa terra che non è soltanto un luogo, un posto fisico dove stare, ma è soprattutto un modo di fare e vedere le cose.

Perché ad esempio qui la terra prende forma e diventa vasi e piastrelle di ceramica, la campagna diventa prodotto, e anche la notte e il mare diventano divertimento, diventano industria, qui si va, veloci come le strade che attraversano la regione, così dritte che sembrano tirate con il righello.
E si fa per avere certo, anche per essere, ma si fa soprattutto per stare, per stare meglio, gli asili, le biblioteche, gli ospedali, le macchine e le moto più belle del mondo.

In nessun altro posto al mondo la gente parla così tanto a tavola di quello che mangia, lo racconta, ci litiga, l’aceto balsamico, il ripieno dei torellini, la cottura dei gnocchini fritti e della piadina e mica solo questo, sono più di 4000 le ricette depositate in emilia romagna; ecco la gente lo studia quello che mangia, perché ogni cosa, anche la più terrena, anche il cibo, anche il maiale diventa filosofia, ma non resta lassù per aria, poi la si mangia. se in tutti i posti del mondo i cervelli si incontrano e dialogano nei salotti, da noi invece lo si fa in cucina, perché siamo gente che parla, che discute, che litiga, gente che a stare zitta proprio non ci sa stare, allora ci mettiamo insieme per farci sentire, fondiamo associazioni, comitati, cooperative, consorzi, movimenti, per fare le cose insieme, spesso come un motore che batte a quattro tempi, con una testa che sogna cose fantastiche, però con le mani che davvero ci arrivano a fare quelle cose li, e quello che resta da fare va bene, diventa un altro sogno.

A volte ci riusciamo a volte no, perché tante cose spesso vogliono dire tante contraddizioni.

Che spesso non si fondono per niente, al contrario non ci stanno proprio, però convivono sempre.

Tante cose tutte diverse, tutte insieme, perché questa è una regione che per raccontarla un nome solo non basta.

Ora ti ho raccontato quello che siamo, non credere di farmi o farci paura con due giri di mazurca facendo ballare la nostra terra, io questa terra l’amo e come mi ha detto una persona di Mirandola poche ore fa… questa è la mia casa e io non l’abbandonerò mai.

(Marco Barbieri)

Non è proprio tutto vero; la paura l’abbiamo…e anche tanta; è che piuttosto che dimostrarla tutta ci faremmo scannare.

D’altronde, come dice Guccini, “brutta razza l’emiliano” e proprio per questo così tanto intrigante.

Recensione su un uomo

Non ti ascolto più come un tempo, un tempo in cui passavo minuti interi a farlo, o sbriciolavo i giorni tra le tue parole.

Ieri sera, mentre ti guardavo, ho ricominciato a farlo.

Le tue rughe sono sempre più marcate, il fisico sempre più magro, le labbra sempre più strette, gli occhi sempre più liquorosi; invecchi in fretta, più in fretta di quanto mi sia mai sembrato.

Ho distolto il mio sguardo contrariato; ho girato il viso e ho visto la tua ombra proiettata sul muro; nella tua ombra c’era la giovinezza, il profilo nitido, pulito; nel tuo Dorian Gray c’era il mio passato.

Ma, appena parli, scompaiono le rughe, sul viso e sulle labbra rimangono solo le tue emozioni così emozionate da risultare scabrose; nei tuoi occhi solo le lacrime sfrontate ed insolenti.

Scabrose e senza ritegno, senza neppure un fantasma di pudore.

Ascoltandoti e guardando l’ombra dell’uomo che è sei stato mi sono resa conto che le tue manifestate emozioni mi danno persino malessere perchè per controllare il mio mondo sono diventata cinica, volgare, un muro di distacco.

Per non avere più dolore ho lasciato fuori le emozioni ed i turbamenti, e mi da fastidio che tu me lo ricordi, che tu mi metta davanti la realtà che non voglio vedere.

Certo siamo cambiati tutti e due, ci siamo moderati e impigriti; un tempo bastava un prato, ora ci servono poltrone comode e velluti.

A te sono rimaste parole d’amore che continui a scrivere, io di amore non voglio neppure più sentire parlare perchè ho voglia di ascoltarle.

Forse capirò, prima che sia troppo tardi, che in quella tabaccheria c’era più vita di quanto ce ne fosse in tutta la tua poesia.

Nuovi sindaci

Genova: Marco Doria, mi fa piacere che abbia vinto.

Parma: Federico Pizzarotti, non mi dispiace perchè potremo vedere come gestirà una città allo sfascio; una faccia, finalmente, veramente nuova. Passare dalla teoria alla pratica è sempre difficile, ancora di più in una situazione del genere. Una cosa: Grillo aveva detto che a Parma non avrebbero vinto perchè le Coop avevano già comperato i voti; lui, allora, quanto ha controfferto?

Palermo: Leoluca Orlando, a parte che se bisogna svecchiare la politica e se abbiamo bisogno di nuove persone, lui non mi pare la migliore scelta, e poi manco mi fido; non mi fido di chi non sta ai patti; ha partecipato alle primarie, ha perso, ma, come fanno i bambini all’asilo, cambia le regole durante il gioco.

Ma lo sapevano prima?

l danno e la beffa. Non c’è luogo comune più abusato, ma stamattina, quando il terremoto ha scosso il Nord, non poteva non venire in mente che solo un paio di settimane fa, con un decreto, il governo ha chiuso con i risarcimenti ai cittadini colpiti dalle calamità naturali, aprendo la strada alle assicurazioni private. L’iper liberista Monti, dopo aver ripristinato la possibilità di rispolverare la “tassa sulle disgrazie”, attraverso l’aumento dell’accise della benzina, con beffarda lungimiranza ha polverizzato la speranza di chi rimane vittima di alluvioni, terremoti e altri disastri naturali: niente soldi, non ce ne sono. Il Tesoro ha le casse vuote, è stato spiegato al momento, quindi che gli italiani si arrangino. Anche nei momenti più difficili – questo il messaggio, inutile dare letture diverse – non contate più sullo Stato.

Già, lo Stato. Questa entità che si sente il bisogno di evocare quando una bomba uccide una ragazzina a Brindisi – e chissà poi se è veramente la criminalità organizzata oppure il gesto di un folle – o quando la retorica inonda la celebrazione dei morti ammazzati dalla mafia o da un destino carogna, come gli operai del turno di notte nella fabbrica di Sant’Agostino, caduti sul lavoro sotto le macerie come tanti, sempre troppi ogni giorno. E’ uno Stato che latita, la cui immagine plastica di queste ore è quella di Mario Monti, in pulloverino azzuro polvere (ovviamente di cachemire), che da oltre Oceano parla come un automa di “rigore e vicinanza alle famiglie delle vittime”, ma non sembra sfiorato dal pensiero di fare dietrofront, invece di restare a far passerella (anche personale) ad un G8 inutile come tutti quelli di sempre.

Ed è uno Stato che trova il verso d’indignarsi, certo, attraverso la faccia feroce del suo più alto rappresentante, ma solo perché c’è un Grillo che sta attentando alla sopravvivenza del corrotto sistema partitocratico. Che non c’entra nulla con la politica, sia chiaro, ma fa tanto comodo far credere che sia così. “Lo Stato, lo Stato…”, cantilenava amara, scuotendo la testa, dal pulpito di una chiesa stracolma di grandi papaveri delle Istituzioni Rosaria Costa, la vedova dell’agente di scorta di Giovanni Falcone, Vito Schifani, davanti alla bara del marito.

Son passati vent’anni e questo Paese è ancora inchiodato lì, vittima di pazzi, di mafia o di anarchici, ostaggio di una politica immonda e di una crisi che prima di essere economica è di identità, di struttura, di principi comuni. E che adesso – proprio adesso – dovrà anche guardare in faccia le vittime di questo ennesimo terremoto e spiegargli che siccome dobbiamo restare in Europa, per loro di Stato non potrà fare nulla; a Ferrara e dintorni non arriverà una lira. Lo stato di calamità non sarà più qualcosa che si dichiara con leggerezza. Come non vedranno un soldo i genitori di Melissa o le altre ragazze di Brindisi la cui bellezza resterà sfigurata per sempre. Gli italiani vittime di qualunque nemico saranno chiamati ad arrangiarsi ancora. L’hanno sempre fatto, in questo Paese logoro e sudato di pazienza antica. Infinita no, però..

(Sara Nicoli – Il Fatto Quotidiano)

Purtroppo i precedenti ci sono

“Una strage senza precedenti”.

Così il presidente del consiglio Monti ha commentato la bomba davanti alla scuola di Brindisi di oggi.

Purtroppo, il presidente è facilmente smentibile.

In questo paese i precedenti sono tantissimi, sono troppi.

Per essere esatti ci sono almeno 11 precedenti che hanno prodotto 150 morti e 652 feriti.

Piazza Fontana – 12 dicembre 1969

Gioia Tauro – 22 luglio 1970

Peteano – 31 maggio 1972

Questura di Milano – 17 maggio 1973

Piazza della Loggia – 28 maggio 1974

San Benedetto Val di Sambro – 4 agosto 1974

Stazione di Bologna – 2 agosto 1980

Rapido 904 – 23 dicembre 1984

Firenze via dei Georgofili – 27 maggio 1993

Milano via Palestro – 27 luglio 1993

Castelvolturno – 18 settembre 2008

Tutte queste stragi hanno in comune la mancanza di identificazione dei mandanti; si può scegliere quale matrice selezionare, ma nessuna di queste è mai stata fatta da anarchici.

Chi ha mantenuto chi

La Germania non voleva entrare nell’euro e rinunciare al marco.

Fu Mitterand ad insistere e la Germania entrò in cambio dell’unificazione tra est ed ovest.

Dopo 12 anni dall’entrata in vigore della moneta unica è il paese che ci ha guadagnato di più.

I tedeschi tutti dovrebbero andare in pellegrinaggio sulla tomba di Mitterand e/o a Lourdes per ringraziare di averli salvati dal loro ennesimo errore storico.

La politica tedesca ha permesso agli altri paesi europei di pagare il trilpo, rispetto a due anni fa, per riuscire a NON salvare la Grecia.

Parlo degli altri paesi europei perchè la Germania per non salvare la Grecia non ha sborsato, di fatto, un solo euro.

Per prestare la loro quota di euro ha voluto un acquisto di armi tedesche, da parte dei greci, pari alla somma prestata; chiedendo, in sovrappiù, gli interessi per somme che erano già rientrate sotto altra forma.

I tedeschi intervistati dicono a noi porci (pigs) che sono stanchi di pagarci il nostro tenore di vita.

In realtà siamo noi porci che abbiamo salvato il risparmio tedesco; noi porci abbiamo, con i nostri soldi, salvato le banche tedesche che erano piene di titoli tossici della Grecia.

Supponendo che nelle banche in questione fossero depositati anche i risparmi dei tedeschi noi abbiamo salvato loro e non viceversa.

Ma i greci hanno truccato i bilanci, dicono loro, per entrare nell’euro.

Vero, non ho alcun dubbio in merito; mi chiedo, però, se tra chi ha controllato i conti greci non ci fosse manco un economista tedesco.

Dov’era il tedesco al momento di fare un serio controllo?

A fare una siesta come fanno gli spagnoli, a farsi una guinnes come fanno gli irlandesi, a farsi un caffettino come fanno gli italiani, a cantare un fado come fanno i portoghesi o ballavano un sirtaki come fanno i greci?

Dove cazzo erano?

Loro sono bravissimi a fare, giustamente, i loro interessi e noi pigs siamo pessimi a fare i nostri e gliene rendo merito, ma non mi vengano a fare la predica, non mi rompano le palle dicendo che sono stufi di mantenere il nostro tenore di vita.

Siamo noi che siamo stufi e ne abbiamo piene le palle; non siamo noi che dobbiamo uscire dall’euro, che se ne vadano loro e rifacciano il loro marco.

Ricordiamoci, inoltre, che negli ultimi cento anni tutte le più grandi disgrazie che ha subito l’Europa nascono dalla Germania.

Dalla prima guerra mondiale, ai dieci milioni di morti nei campi di concentramento, ai quasi quarantadue milioni di morti, tra civili e militari, della seconda guerra mondiale, nella sola europa.

Se c’è un paese da non ringraziare, questo è proprio la Germania.

Niente bambini molesti in chiesa

Don Riccardo Pane, cerimoniere arcivescovile della Curia di Bologna, nella rubrica settimanale di Avvenire Bologna , ha ammonito i fedeli, consigliando di lasciare i bambini molesti a casa.

Io che sono in disaccordo su molte prese di posizione della Chiesa, in questo caso sono perfettamente in linea.

Mi stupisco spesso di come i bambini italiani siano fastidiosi, noiosi e, appunto, molesti.

Lo sono in chiesa, nei ristoranti, nei negozi e per strada; non stanno seduti, non stanno fermi e non stanno mai zitti.

Nessuno gli ha insegnato i comportamenti da tenere nelle varie situazioni, nessuno ha spiegato loro che ciò che si può fare in un parco giochi o nel cortile di casa non, necessariamente, è lo stesso atteggiamento da tenere in altri luoghi, ad altro preposti.

Quel che è peggio è che non è colpa loro, la colpa è dei genitori che, per un falso quieto vivere, non impongono nulla, non insegnano niente; meglio insegnano ciò che loro stessi fanno, il loro medesimo comportamento.

Perchè l’uno è lo specchio dell’altro.