La sindrome Callas


Maria Callas è un classico esempio di donna che ha messo la sua vita in mano a un uomo e non se n’è mai andata.

La sua musica aveva toccato i cuori di migliaia di persone, eppure lei decise di dedicare il resto dei suoi giorni all’impresa di non perdere Aristoteles Onassis.

Quella che era cominciata come una storia d’amore corrisposto si trasformò in un rapporto malsano e a senso unico. Maria Callas finì per sacrificare se stessa e il suo talento al timore di essere lasciata da un uomo.

Se c’è un tema che accomuna la maggior parte delle opere per cui Callas è famosa, è proprio questo: l’amore perduto, l’amore tradito, l’amore abbandonato. Aveva avuto fama, successo e ricchezza, ma l’unica cosa che realmente le interessava era essere amata da Onassis.

Ciò che invece accadde, nella vicenda della sua vita, fu che lui la lasciò per Jackie Kennedy, e lei finì per morire di dolore; l’adulazione del mondo intero non le bastava: era come se soltanto Onassis potesse dare un senso alla sua esistenza.

E in questa sua incessante ricerca di conferme, Callas si lasciò trattare come uno zerbino. Una volta innescato quel circolo vizioso, il finale fu scontato.

Non fosse stata Jackie, sarebbe stata un’altra.

“Sei una laringe e nient’altro”, diceva Onassis a Maria, e lei sopportava. Perché? Cosa spinge le donne a comportarsi così?

Quante volte muoviamo mari e monti per imperniare le nostre vite sull’obbiettivo che un uomo ci ami, ci accetti, ci rispetti o semplicemente ci apprezzi, e tutto al solo scopo di star bene con noi stesse?

Ci sono donne intelligenti, brillanti, piene di talento e d’impegno, e che però si smarriscono nella ricerca dell’approvazione di un uomo. Ne tollerano le avventure, i capricci, l’indifferenza, il distacco, il disprezzo. “Ahimè, la causa è la nostra fragilità, non noi, che siamo quali fummo fatte”, dice Viola nella Dodicesima notte di Shakespeare.

Quand’è che siamo diventate così fragili e abbiamo rinunciato alla nostra forza, al nostro slancio, alla nostra saggezza, arrivando a sottometterci e minare le persone che siamo per la semplice paura di rimanere sole, o di non avere accanto un mitologico “compagno”?

Cos’è che ci spaventa? Cosa mai potrebbe accadere, se smettessimo di sforzarci di compiacere un uomo?

È evidente che abbiamo paura di essere rifiutate. E questa paura ci influenza anche quando le nostre relazioni sono sane e appaganti.

Temiamo che prima o poi, pur essendo riuscite a compiacere il nostro uomo, verremo giudicate difettose e non all’altezza.

Lui scoprirà che semplicemente non siamo “abbastanza” – abbastanza belle, abbastanza sexy, abbastanza giovani – e verremo gettate tra gli scarti, in favore di un modello più giovane e desiderabile. Il che può essere vero oppure no, ma che accada o meno avrà ben poco a che fare con tutto il tempo – anni, talvolta – che abbiamo impiegato preoccupandoci che potesse accadere.

Vi siete mai accorte che il fatto di preoccuparsi non impedisce alle cose di succedere?

E che anzi, tante cose di cui ci preoccupiamo finiscono per non succedere mai?

Come diceva Montaigne, “la mia vita è stata piena di terribili disgrazie, la maggior parte delle quali non si è mai verificata”.

Purtroppo, la paura di non essere all’altezza non diminuisce con l’accumularsi delle esperienze.

Al contrario: invecchiando, cominciamo a preoccuparci che le rughe o l’allargarsi del girovita ci impediscano di tenerci accanto i nostri compagni.

La paura del rifiuto non si manifesta soltanto nel desiderio maniacale di compiacere, ma anche nel cinismo di facciata che porta a rifiutare le relazioni in toto.

Il che è soltanto un espediente per nascondere la paura originale, quella di essere ferite e rifiutate.

Che si stia vivendo una relazione o meno, la paura di rimanere sole può impedirci di ricevere amore.

(Arianna Huffington)

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