È quello della Lola!!!

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È quello della Lola!
Lo ripete da anni ormai.
Passi per un paio di volte, per quanto il calcolo delle probabilità giochi a sfavore; passi per bambini che hanno due/tre anni.
Ma se un bambino, dopo 10 anni, è convinto che tutto il latte che beve ogni santo giorno (e da un po’ di tempo anche tutto il gelato che mangia) proviene dalle pur grandi mammelle di una sola mucca ha almeno uno dei seguenti problemi:
1) gli mancano le papille gustative o, almeno, le medesime hanno un serio problemi di recettori
2) è cretino
3) ha genitori che pur di guadagnare lo espongono, ora e per sempre, al pubblico ludibrio.
Se fosse vero il primo caso non si potrebbe far altro che dispiaceri per il povero bambino e stigmatizzare i pubblicitari che sfruttano la triste situazione.
Sebbene ritenga come la più probabile la terza opzione non disdegnerei di prendere in considerazione la seconda.
Un mio cugino ha creduto, per anni ed anni (fin quasi all’adolescenza) che qualsiasi carne gli mettessero nel piatto fosse faraona.
Se già non è semplice scambiarla per un pollo o altri volatili, non trovo spiegazione su come possa essere scambiata con un coniglio, con una fiorentina di vitellone, con una braciola di maiale (soprattutto perché diceva di preferire l’ala…)
Ma mio cugino è, appunto, un cretino.

Intreccerò la mia tristezza

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Mia nonna diceva che quando una donna si sentirà triste, quello che potrà fare è intrecciare i suoi capelli: così il dolore rimarrà intrappolato tra i suoi capelli e non potrà raggiungere il resto del corpo.
Bisognerà stare attente che, la tristezza, non raggiunga gli occhi, perché li farà piangere e sarà bene non lasciarla posare sulle nostre labbra, perché ci farà dire cose non vere; che non entri nelle tue mani – mi diceva – perché tosterà di più il caffè o lascerà cruda la pasta: alla tristezza piace il sapore amaro.
Quando ti sentirai triste, bambina, intreccia i capelli: intrappola il dolore nella matassa e lascialo scappare quando il vento del nord soffia con forza.
I nostri capelli sono una rete in grado di catturare tutto: sono forti come le radici del vecchio cipresso e dolce come la schiuma della farina di mais.
Non farti trovare impreparata dalla malinconia, bambina, anche se hai il cuore spezzato o le ossa fredde per ogni assenza. Non lasciarla in te, con i capelli sciolti, perché fluirà come una cascata per i canali che la luna ha tracciato nel tuo corpo.
Intreccia la tua tristezza – mi disse – intreccia sempre la tua tristezza.
E, domani, quando ti sveglierai con il canto del passero, la troverai pallida e sbiadita tra il telaio dei tuoi capelli.

Paola Klug

Bastano 34 anni?

Chissà se saranno sufficienti 34 anni per sapere ufficialmente (perché ufficiosamente lo sappiamo) cosa accadde ad Ustica la sera del 27 giugno del 1980.
Anche quest’anno, soprattutto quest’anno, non voglio dimenticare perciò vi propongo l’articolo di Clamm Magazine:

http://clammmag.wordpress.com/2014/06/27/ustica-34-anni/questo articolo di Clamm Magazine

Fossi in voi lo leggerei, per più di una ragione.

Datemi retta e fidatevi.

MUSEO PER LA MEMORIA DI USTICA

Via di Saliceto 3/22
40128 Bologna
Tel.: +39 (0)51 37 76 80
Mail: info@museomemoriaustica.it
www.museomemoriaustica.it

ORARI DI APERTURA
Venerdì, sabato e domenica h 10.00 – 18.00
Ingresso gratuito

ASSOCIAZIONE PARENTI DELLE VITTIME DELLA STRAGE DI USTICA

www.comune.bologna.it/iperbole/ustica

 

 

Cara TPER ti scrivo

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Cara TPER ti scrivo, così mi distraggo un po’ mentre ti attendo da giorni ormai, che ci hai un ritardo che se fossi in te mi preoccuperei.

Cara TPER ti scrivo, così ti consiglio un po’, non è che mi puoi fare aspettare come fossi un tuo amante da scopare qua e là.

Cara TPER ti scrivo, così ti incoraggio un po’, che non puoi puzzare come l’immondizia di secoli e secoli fa.

Cara TPER ti scrivo, così mi sfogo un po’, non è che mi puoi cambiare tutte le fermate senza neanche dirmi il perché.

Cara TPER ti scrivo così ti informo un po’, che non posso impiegare meno tempo a piedi che a uscire con te.

Cara TPER ti scrivo così m’incazzo ancora un po’, a ricordare com’eri quando ancora ti facevi chiamare ATC. 

L’arma della preghiera

Pregare è un diritto.

Ed è un diritto che io, atea, non vorrei fosse negato ad alcuno.

Ai cattolici, ebrei, mussulmani, induisti, buddisti, protestanti, anglicani, testimoni di Genoa, avventisti del settimo giorno e chi più ne ha più ne metta e non necessariamente nell’ordine scritto.

Pregare non è, però, un diritto che prescinde dal diritto degli altri.

Pregare, anche insieme ad altri, è essenzialmente un fatto privato.

Ma, comunque lo si voglia considerare non può e non deve essere un’arma scagliata contro qualcuno.

Arma reale o psicologica.

Soprattutto se questa arma viene usata contro chi compie un atto privato, spesso doloroso, certamente personale, e non contrario alle leggi dello stato come un’interruzione di gravidanza.

E invece è quello che accade, ogni martedì mattina davanti al Policlinico S. Orsola di Bologna.

E, sinceramente, ne abbiamo piene le ovaie.

La libertà di uno non può essere la scusa per la vessazione di altri.

Il diritto all’aborto è un diritto garantito dalle leggi dello stato esattamente come il diritto a professare una religione.

Ma come io non vado in chiesa ad insultare o a fare comizi per convincere i fedeli che Dio non esiste, credo sia giusto che i cattolici si astengano dall’andare in luoghi pubblici a fare pressioni psicologiche od azioni di disturbo verso chi non si attiene a dei principi religiosi che, come tali, non sono e non possono essere universali.

Le uniche leggi a cui siamo tutti tenuti sono le leggi dello stato (poi possiamo discutere se siano giuste o meno), ma solo a quelle.

Alle leggi della fede nulla dobbiamo.

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Gli italiani costano 80 euro

Gli italiani costano 80 euro.

Questo refrain l’ho letto spesso, spessissimo  in rete ieri sera sui tweet degli elettori del movimento cinque stelle.

Quindi gli italiani costano 80 euro? Credo veramente che la risposta sia un no, ed un no abbastanza secco.

Credo che questi soldi abbiano convinto qualcuno, ma decisamente non è stato l’elemento scatenante della valanga renziana; conosco molta gente che ha avuto l’aumento e ha votato per Grillo ed altrettanti che i soldi non li hanno percepiti, ma hanno votato il PD di Renzi.

Quello che in massima misura ha fatto vincere il partito democratico è stata la non volontà di Grillo a governare, il rifiuto totale della responsabilità di gestione della cosa pubblica per mantenere un profilo di purezza e castità politica.

Se osservo i parlamentari grillini, o almeno quelli autorizzati ad esprimere il pensiero comune, mi viene il sospetto che Beppe Grillo e Casaleggio siano stati costretti a tenere questo comportamento per manifesta incapacità degli eletti a governare e a volte, persino, di esprimere compiutamente un concetto.

Molti dei voti che avevano ricevuto i cinque stelle, nelle precedenti elezioni, provenivano da sinistra, elettori progressisti stanchi della mancanza di idee e proposte dei propri partiti che speravano di trovare in questo nuovo movimento una casa in cui sentirsi a proprio agio.

Vedendosi reso completamente inutile il proprio voto verso il cambiamento, congelato nelle paranoie, negli urli e nelle contraddizioni dei due guru si sono rotti le palle e sono ritornati indietro.

C’erano, poi, suggestive coincidenza storiche di corsi e ricorsi.

Si è votato nel giorno di nascita di Enrico Berlinguer, nel trentennale della morte avvenuto durante la campagna elettorale per le europee dove ci fu il massimo risultato elettorale mai ottenuto dal PCI.

L’avere evocato, in maniera del tutto impropria, la figura del grande segretario del partito non ha portato bene a qualcuno, ma benissimo ad altri.

 

Un colpo di stato, così… un po’ a cazzo

Colpo di stato.

Sono parole pesanti, gravose, tragiche.

Parole del genere fanno la storia, vanno sui libri di scuola.

Questo in un paese normale, in tempi normali.

Ma, da tanto, noi non siamo un paese normale e non viviamo in tempi normali.

Quindi parole di questo peso e gravità vengono usate così, en passant, insomma un po’ a cazzo.

Secondo Berlusconi dal ’92 ad oggi ci sono stati quattro colpi di stato, mica uno (che già sarebbe un evento) bensì quattro per toglierlo dalla scena, ma lui è sempre lì.

Mi chiedo chi cacchio li organizza ‘sti colpi di stato che non ne riesce uno che sia uno.

Forse perché, fino ad ora, c’erano stati solo nella mente del cavaliere dimezzato, gli altri non lo sapevano, gli storici non se ne erano accorti ed il mondo non li aveva registrati.

Questo fino a tre giorni fa, poi quella grande mente politica di Edward Luttwak e l’esperto conoscitore di economia Ambrose Evans-Pritchard lo hanno ratificato.

E, finalmente, sappiamo anche chi sono gli organizzatori.

Stati Uniti e Germania.

Porca puttana, mi viene da dire, dal cuore.

Della capacità bellico militare della Germania si conoscevano le incapacità fin dalla notte dei tempi, dopo l’impero romano non ne hanno più vinta una, partono bene poi si perdono per strada; ma sugli americani ci contavo.

Loro hanno un background militare decisamente vincente, loro di ingerenze negli altri stati se ne intendono alla grande, gli riuscivano, non mancavano un colpo e  il mondo se ne accorgeva, eccome se ne accorgeva.

Non ci credete? Allora chiedete a Pinochet, a Videla, a Castillo Arras, a Ioannides, a Mobutu Sese Seiko; perché ad Allende, a Isabelita Peron, a Guzmán, a Papandreu, a Lumumba, non abbiamo potuto chiederlo; a quelli fortunati è toccato l’esilio, a quelli a cui è andata male la morte e l’assassinio.

Chiedetelo ai cambogiani, agli indonesiani, ai brasiliani, ai domenicani, ai nicaraguensi, ai grenadesi, ai boliviani, ed un mucchio di altri popoli che adesso non ricordo e con i quali mi scuso per l’oblio.

Poche volte non è riuscito, agli americani, il rovesciamento di governi scelti dai popoli; uno dei più famosi fallimenti è stata la Cuba di Fidel Castro.

Berlusconi come Castro?

Questa mi sembra forte, anche per un paese come il nostro nei nostri tempi.

L’importanza delle mutande pulite

Da quando sono piccola mia madre si raccomanda di uscire sempre in ordine, lavata e con le mutande pulite.

Perché, dice lei, non si sa mai….

Il “non si sa mai” di mia madre, donna ottimista da sempre, sta a significare che se ti viene un coccolone per strada non ti dovrai vergognare di come stavi messa (se ne esci viva), che non farai sfigurare i tuoi parenti (se viva non me esci) con medici e paramedici.

Per mia libera interpretazione ho sempre letto quel “non si sa mai” come la possibilità di incontrare qualcuno con cui avere improvvise conoscenze bibliche di comune soddisfazione.

In entrambi i casi rimane il concetto di base: essere in ordine, lavata e con le mutande pulite; che, a mio avviso, dovrebbe essere valido non tanto per gli altri quanto per se stessi e basta.

Ma forse la mia mamma aveva proprio ragione.

Aveva proprio ragione bisogna avere le mutande pulite per gli altri e non per sfigurare o per imbarazzo, ma per uscirne vivi proprio se ti prende un coccolone.

La dimostrazione sta nell’esperimento di sociologia e comportamento umano illustrato in questo video

Sentirsi male per strada

Non crediate che accada solo in grandi città, sono convinta che possa succedere anche a casa nostra, nelle nostre medie città, nei nostri piccoli paesi e piccolissimi borghi.

Morale: seguite sempre i consigli della mamma.