Ipazia e le altre donne pensanti

•Novembre 21, 2009 • 3 Commenti

Ho trovato questo bellissimo post su un blog particolarmente interessanteilnuovomondodigalatea.wordpress.com

Parla di una donna, Ipazia, filosofa e matematica, nata e vissuta nella 2° metà del IV secolo ma rappresenta la condizione della donna nei secoli e, ancora ai giorni nostri.

Ci sono donne che, a quanto pare, rompono i coglioni anche da morte. Sì, rompono proprio i coglioni: non si può usare altri termini, ché definirle “scomode” o “controcorrente” non rende appieno il profondo e radicato odio che riescono a suscitare attorno a sé. Quelle donne lì, rompono proprio i coglioni. Anche se non fanno niente, per il solo fatto di esistere e di essere così come sono. Che poi, così come sono, a non far niente oltre che esistere non sono capaci, e quindi rompono i coglioni ancor di più.

Ecco, Ipazia doveva essere proprio una di quelle. Una donna. Nel mondo antico, dove, per quanto la mentalità fosse un po’ più aperta di quanto sarà nel medioevo, non è che poi nascere donna fosse ’sto ballo di carnevale. Greca, di origine. E anche lì, bella roba. Perché i Greci erano tanto democratici in tutto, quando si parlava di uomini, ma le loro donne, al contrario dei Romani, le avevano sempre tenute, per quanto possibile, sepolte all’interno dei ginecei, a filare pepli per le Atene di turno.

Siccome donna e greca non le bastava, Ipazia divenne, in prima battuta, matematica. Cioè una donna che pretende di occuparsi di numeri e teoremi, campi che ancor oggi, quando nel nostro secolo illuminatissimo sono giudicati interessanti da qualche fanciulla, la fanciullina in oggetto viene guardata strana, perché si sa che le donne e i calcoli non quagliano, e l’unica possibile applicazione della matematica per una donna è contare gli spicci nel portafoglio per capire se può comprare subito o meno il favoloso maglioncino che ha visto in vetrina.

Vabbe’, in lei lo si poteva scusare, forse, quell’interesse peregrino, perché il babbo Teone era matematico anche lui, ad Alessandria. Si fosse limitata a fargli da segretaria, ricopiando qualche teorema qui e là, chiosando le sue chiose, la passioncella per la matematica gliela avrebbero perdonata. Però Ipazia, che comincia come collaboratrice del padre, subito si dimostra qualcosa di più di una figlia devota che porta al babbo una tisana mentre quello si affanna sui libri e tiene in ordine i papiri degli appunti: il papà chiarisce, nell’incipit del suo commentario a Tolomeo, che il saggio è stato controllato punto per punto dalla figlia, la filosofa Ipazia. Il che lascia capire che, dei due, quella che aveva una conoscenza più approfondita della matematica pura e delle sue implicazioni teoretiche e filosofiche era Ipazia, e non il padre. Insomma, era lei che veniva chiamata in aiuto da lui, per avere conforto e consulenza.

Difatti Ipazia studia geometria piana ed astronomia, probabilmente getta le basi per la costruzione di un più moderno astrolabio (che sarà realizzato dal suo allievo più caro, Sinesio di Cirene), e, in virtù del suo prestigio, diviene ben presto nome di punta e probabilmente anche vera e propria direttrice della scuola di Alessandria, istituzione erede, anche se appannata, del Museo fondato dai Tolomei come tempio di ogni sapere. Oltre alla cattedra di matematica, insegna anche filosofia, seguendo la corrente neoplatonica fondata da Plotino: quella teoria che ipotizzava una Luce che si espanda piano piano, e, corrompendosi ed appesantendosi, si trasformi in materia: non è proprio la E=mc² di Einstenin, però qualche latente influsso su Einstein stesso da parte di queste teorie, molti secoli dopo, è stato ipotizzato.

Eh, già immaginarla così, unica donna in mezzo ad una consorteria di eruditi, che tiene lezioni di filosofia e matematica nella più prestigiosa scuola di alta formazione del mondo antico, altro che giramenti di coglioni doveva provocare in quei maschi che stentavano a far due più due. Anche perché per le provocazioni, Ipazia doveva proprio avere un certo gusto. Intanto, non s’era mai sposata, quindi era donna, matematica, filosofa e per giunta tanto testarda da rifiutare pure quello che era il destino e l’unica funzione del suo sesso, la riproduzione. Poi di matematica e filosofia teneva pubbliche lezioni, cui si poteva accedere liberamente: quindi non solo donna che comandava a bacchetta un nugolo di studiosi, ma personaggio pubblico, che dibatteva a viso aperto, con gli studenti e con chi era interessato a seguirla. Senza paura, senza timore e senza quel pudor femminile che, secondo gli uomini stupidi, spinge le donne ad una naturale ritrosia, ad evitare il pubblico, il confronto anche violento per sostenere a brutto muso le proprie idee.

Sì, una così pare nata apposta per far girare i santissimi e far saltare in un botto tutte le armonie platoniche delle sfere. Ma non pensiamola come una femminista invasata. Da quel poco che le fonti lasciano capire di lei, non è proprio questo il ritratto che se ne tira fuori. Per gestire per anni una struttura come l’antico Museo, e far filare d’accordo, se non d’amore, intellettuali di più discipline, bizzosi ed egocentrici come sempre i professori sanno essere, ci vuole capacità di coordinamento, mediazione, nonché pazienza ed autorevolezza. Una menade o una sventata non sarebbero durate due giorni. Lei invece dura, e al lungo. Non solo: in una città come Alessandria d’Egitto, che è da sempre una miscela sul punto di esplodere per i continui conflitti fra i gruppi etnici e religiosi, diviene una figura di riferimento. È una pagana, Ipazia. In un periodo in cui non è più conveniente esserlo, non è conveniente per nulla. Dopo Costantino, i Cristiani, non più perseguitati, ci han messo poco ad impadronirsi di tutte le leve del potere, e passare in fretta da discriminati in discriminatori. Ad Alessandria hanno combinato macelli: il vescovo Teofilo ha fatto di tutto per far chiudere i templi pagani, ne ha depredato gli arredi, non perde occasione per provocare i pagani, esponendo persino in pubblico le suppellettili trafugate dai loro santuari. Ipazia si muove con una buona dose di sangue freddo in mezzo ad una situazione che può degenerare per ogni nonnulla: fa parte di quella corrente politica che si batte perché la cultura tradizionale greca, pagana, possa continuare ad essere conservata e salvaguardata. Pagani e Cristiani possono secondo lei convivere, perché la religione a cui ciascuno aderisce è un fatto personale, che non deve creare intoppi o problemi al vivere pubblico. È una laica, insomma, vuole essere lasciata libera di credere e non credere in ciò che vuole, ed è disposta a concedere a tutti la stessa libertà. Difatti fra i suoi allievi quello a lei più vicino è Sinesio, che sarà cristiano e diverrà persino vescovo, sempre mantenendo però il massimo rispetto e quasi una forma di devozione nei confronti della sua Maestra.

Ma te lo vedi Cirillo, succeduto a Teofilo come vescovo di Alessandria, a sopportare una donna del genere come avversaria? Una che non urla, non strepita, ma discute? Argomenta, la stronza, e non si riesce ad incastrarla, perché la ragione, ahimè, è roba sua. Quanto la deve odiare, Cirillo. Ipazia è tutto ciò che lui detesta: una mente pensante, che non si fa intimorire; una studiosa, che pretende di indagare i misteri della Natura invece che crederli semplicemente imperscrutabili disegni divini; una donna, che non vuole starsene al posto assegnato, secondo visione di tutti i bigotti, alla donna nel creato: rifiuta assieme, insomma, Dio e di obbedire. Una bestemmia vivente.

Dalla sua Cirillo aveva Elia Pulcheria, che invece era una di quelle donne che parevano una stampa ed una figura con i desideri dei cristiani: per non finire sposata a qualche barbaro aveva fatto voto di verginità, perché in quel caso la religione era un ottimo mezzo per evitare di essere allontanata dal potere; bigotta e intrigante, tanto s’era prodigata da riuscire a far convertire il fratello Teodosio al cristianesimo, e anche la di lui moglie; subito dopo lo aveva convinto a scacciare da tutti gli impieghi pubblici i pagani; lo spinse poi a bandire gli Ebrei da Costantinopoli e confiscar loro le sinagoghe.

Due donne, l’una l’opposta dell’altra, si ritrovano a fronteggiarsi, infine: l’una con attorno i pagani, intimoriti, spaventati, ma non domi; l’altra Cirillo e i suoi cristiani oltranzisti, che possono contare una schiera di monaci fanatici. Sono loro, i monaci, che risolvono alla fine il problema per le spicce. Sono una muta di invasati, che vedono con sospetto tutte le arti e tutte le scienze, perché, come tutti i fanatici, le pensano emanazioni del maligno; figurarsi se poi queste vengono esercitate da una donna, e da una donna come Ipazia, sfrontata, ancora giovane, probabilmente piacente, e orgogliosa. Una donna che pretende di usare la ragionevolezza per contestare i voleri di Dio e quelli della pia Pulcheria che da Dio è direttamente ispirata, per mezzo di Cirillo, vescovo, futuro santo e suo consigliere.

La aspettano una sera, i monaci, mentre torna a casa. É notte. Le vie di Alessandria sono vicoli oscuri, pieni di ombre. Fermano la lettiga, la trascinano giù per i capelli, la sbattono sul selciato. E poi le si buttano addosso armati di pietre e di cocci di vaso acuminato. Non la uccidono, la macellano. Usano gli ostraca, i cocci appuntiti, come dei macete: la fanno a pezzi, strappandole le carni dalle ossa mentre è ancora viva, scavandole gli occhi via dalle orbite, mentre, dicono i testimoni, ancora respira. Poi, non contenti, prendono quello che resta del suo cadavere e lo portano in giro per la città, come un trofeo, per bruciarlo e disperderne le ceneri maledette. È una furia belluina, senza freno: non le perdonano l’essere stata pagana e l’essere stata donna, il suo aver infranto tutte le abitudini e le convenzioni. Vogliono punire quell’orgoglio che le ha fatto credere di potersi comportare non come una femmina ma come un essere umano pensante, in un’epoca in cui pensare autonomamente era pericoloso anche per un maschio. È il branco che sbrana chi osa ribellarsi alla sua legge, perché una donna così fa girare i coglioni, una donna così non ha il diritto di vivere.

Muore male, Ipazia. Difficile immaginare morti più violente, senza dignità, morti peggiori. L’inchiesta che viene aperta, è chiusa in fretta: Elia Pulcheria copre ciò che può, limitandosi a porre i monaci sotto il suo diretto controllo, un modo per dire grazie, ma adesso zitti, che sennò la faccia ce la perdo davvero; Cirillo nega di essere coinvolto, anche se l’ombra del dubbio gli rimane appiccicata per sempre; Sinesio è sconvolto, ma, lontano nella sua Cirene, nulla può se non piangere in silenzio.

Di Ipazia non si parlerà più per secoli. Il suo nome è noto solo agli addetti ai lavori, filosofi, storici del mondo antico. Il grande pubblico poco sa di lei ed ignora sia la sua esistenza che la sua morte. Oddio, potrebbe saperne di più, se in Italia venisse finalmente distribuito un film dello spagnolo Alejandro Amenábar, che narra la sua vicenda. Ma il film in Italia non trova un distributore, nonostante in Spagna sia già campione di incassi e altrove sia stato presentato in numerosi festival, sempre ottenendo buone accoglienze. Si dice e si sussurra che dietro alla mancata diffusione ci sia una certa insofferenza del Vaticano nel vedere spiattellata così la condotta di due santi, Cirillo e Elia Pulcheria, nonché dei monaci alessandrini assassini e linciatori: potrebbero sconvolgere il pubblico, questi ritratti poco edificanti di un vescovo e del suo entourage: siamo un paese dove i preti sullo schermo sono sempre o dei Don Camillo e o dei Don Matteo. E dove le donne come Ipazia faticano ad essere considerate eroine. Sono donne che fanno girare i coglioni, ma tanto, e anche quando sono morte da secoli, sì.

Polvere di stelle

•Novembre 20, 2009 • 3 Commenti

La celebrità brucia in fretta e lascia polvere

Marrazzo dimesso

Brenda carbonizzata

Sic trans(it) gloria mundi

La pizza col botto

•Novembre 20, 2009 • 2 Commenti

I malvagi di professione dicono che è tutto un trucco per far colpo. Strategia di marketing, insomma.

Dicono che c’è qualche anima bella, appena l’occhio scivola in coda al menù, pensa al refuso e nagari si sente in colpa.

“Ma come, qui sta scritto che la pizza Emozione costa 575 euro! magari manca una virgola…”

Alla fine hanno ragione i malvagi: in una pizzeria di Bologna c’è una pizza che costa quanto mezzo stipendio di un manovale.

Alla faccia della crisi.

In un anno e mezzo, di “Emozioni”, ne hanno appioppate solo due.

Le ha ordinate un industriale per festeggiare lo yacht appena arrivato per una cena a lume di candela lui e la moglie; hanno ordinato con due giorni di anticipo.

Già perchè sei vuoi emozionarti ti tocca pure aspettare.

Sta scritto sul menù, quello su carta e non su quello elettronico del sito del locale, dove la pizza più cara del mondo non è menzionata perchè anche questo fa parte della strategia del locale.

Emozione da ordinare con 48 ore d’anticipo: spuma di pachino, petali di storione al Lagavulin e caviali selezionati. 575 euro.

E qui cominciano i guai, perchè i caviali selezionati bisogna farseli  mandare dall’Iran, e i petali di storione li marinano in un whisky scozzese prodotto solo da undici persone in tutto il mondo.

Il locatore dice che da loro si trova anche l’autentica pizza napoletana fatta con tutti i crismi della tradizione, poi si può puntare al top.

E la gente chiama a casa dicendo: “sai mi trovo in un locale dove c’è una pizza che costa 575 euro.

La storiella ha fatto il giro del web e qualcuno ha scritto a chi conosce le materie prime se è un refuso o il prezzo è corretto.

Lo chef Pasadel replica: “dipende se è per 24 persone…”

Insomma hanno ragione i malvagi, il trucco c’è e ha la stessa funzione del boato di coda ai fuochi artificiali: farsi ricordare.

Perchè con una “Margherita” a 5,50 euro, buonissima per carità, rischi di scomparire dalla faccia della terra.

La velina Pirelli

•Novembre 19, 2009 • 4 Commenti

La chiamano scelta erotica del calendario Pirelli 20471505

A me sembra, più che altro, la solita giravolta alla cazzola di stampo velinesco e un po’ puttanesco; ma si sa che il Pirelli non poteva, almeno ufficialmente, metterla in vacca e così si è ammantato della scusa sempre buona dell’erotismo.

Ma altro non è che la solita esibizione di carne da macelleria femminile ormai esposta in tutte le salse; diciamo che la differenza è che negli altri calendari la salsa ha un sapore casareccio e da osteria mentre qui la salsa ha un sapore da grande cucina e da chef di alto bordo.

Ma sempre la solita salsa è.

Per chi non riuscisse ad aprire il file ed è comunque curioso…

Non ci posso credere

•Novembre 18, 2009 • 2 Commenti

A me pare di sognare.

H1N1 – Buon senso 2-0.

La paura fa novanta direbbe qualche cabalista, per evitare il contagio dalla febbre maiala hanno inventato l’acquasantiera elettronica antivirus.c_news.asp?id=26808, a Floris viene l’influenza e sospendono la trasmissione che doveva parlare, ohibò, di giustizia e scuola pubblica (per grazia divina non si trattava di sanità altrimenti si poteva parlare di sfiga pura)floris-influenza-ballaro_8fb1f412-d2d7-11de-a0b4-00144f02aabc.shtml

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Per chi non riuscisse ad aprire i links

Terrore H1N1: in chiesa arriva l’acquasanitiera antivirus

L’idea è nata quasi per caso nella mente del barista brianzolo Luciano Marabese, durante una chiacchierata nel suo bar con gli amici. Adesso la sua acquasantiera elettronica si è guadagnata le prime pagine dei giornali di tutto il mondo e sono già centinaia le richieste di acquisto portate avanti dalle chiese cattoliche.

“Molte persone avevano smesso di intingere le mani nell’acqua benedetta poiché temevano il rischio di infezioni”, spiega Luciano Mirabese. Attraverso il nuovo dispositivo è invece possibile scongiurare il rischio di contagio e allo stesso tempo mantenere inalterata una tradizione cattolica centenaria come quella del segno della croce con l’acqua benedetta.

Ai fedeli è sufficiente porre le mani al di sotto dell’erogatore e il dispositivo emetterà automaticamente la quantità sufficiente di acqua benedetta per “segnarsi”. Un meccanismo semplice, quindi, e del tutto simile a quello dei comuni dispenser di sapone dei bar e degli autogrill. “I fedeli erano inizialmente disorientati da questa innovazione tecnologica ma poi l’hanno accolta con molto entusiasmo”, racconta don Pierangelo Motta, parroco della chiesa dei Tre Fanciulli a Fornaci di Brioso in provincia di Milano che ha ricevuto la prima acquasantiera in regalo dal suo inventore.

Un’innovazione al passo coi tempi e adatta ai nuovi fedeli, sempre meno propensi a intingere le mani nell’acqua comune e a scambiarsi i segni di pace proprio quando nel mondo è in atto una feroce guerra sanitaria contro il virus H1N1, ed anche contro le nostre paure più profonde.

Floris ha l’influenza

L’influenza A colpisce anche la televisione. Giovanni Floris, contuttore di Ballarò su Raitre, ha infatti preso il virus H1N1 e quindi la puntata di martedì non andrà in onda. «Mi sento bene», ha rassicurato Floris. «In famiglia la avevano già avuta tutti e ora tocca a me. Meglio però seguire le indicazioni del ministero ed evitare di distribuire virus qua e là. Basta che ora non mi chiedano di sostituire Topo Gigio», ha concluso il conduttore con una battuta.

Floris ha effettuato il tampone di controllo ed è risultato affetto da influenza A. Per rispetto agli ospiti della trasmissione, ai cameramen e ai colleghi, il giornalista ha deciso, d’intesa con il direttore di Raitre Paolo Ruffini, di seguire le procedure suggerite dal ministero e di non andare in onda. La puntata sarebbe stata dedicata ai temi della giustizia, e avrebbe avuto come ospiti tra gli altri il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini, il vice capogruppo del Pdl alla Camera Italo Bocchino, Piero Fassino del Pd, il portavoce di Alleanza per l’Italia Bruno Tabacci, il costituzionalista Stefano Rodotà, il direttore del Tg3 Bianca Berlinguer, il vice direttore del Giornale Alessandro Sallusti.

Asso piglia tutto

•Novembre 17, 2009 • 6 Commenti

Parliamo del famigerato o benedetto 8 per mille.

Io non devolvo mai la mia quota nè allo stato nè alla chiesa cattolica, in quanto il primo non gode della mia fiducia e il secondo nemmeno ed in surplus ha già di suo un sacco di soldi.

Vorrei però capire in base a quale normativa se un cittadino decide, liberamente, di devolvere il suo 8 per mille allo stato italiano quindi al pubblico erario, una quota, e che quota (circa la metà) deve rientrare nelle casse della chiesa e dello stato vaticano.

Trovo che sia uno storno di fondi arbitrario, poco democratico e mai reso pubblico.

Questo è davvero uno dei tanti comportamenti scandalosi per uno stato laico, come il nostro non è più da tanto tempo, di assoluta genuflessione nei confronti di uno stato estero e, detta come va detta, una gran presa per i fondelli per i cittadini che decidono di destinare a qualcuno parte delle loro tasse che vengono convogliate su altre istituzioni senza nulla saperne.

A tal proposito

L’otto per mille destinato allo Stato
finisce a parrocchie e monasteri

di CARMELO LOPAPA

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L'otto per mille destinato allo Stato finisce a parrocchie e monasteriLa Pontificia università gregoriana

ROMA - Pontificia Università Gregoriana in Roma, 459 mila euro. Fondo librario della Compagnia di Gesù, 500 mila euro. Diocesi di Cassano allo Ionio, 1 milione 146 mila euro. Confraternita di Santa Maria della Purità, Gallipoli, 369 mila euro. L’elenco è lungo 17 pagine e porta in calce la firma del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Non si tratta di uno dei tanti decreti, ma quello che ripartisce per il 2009 i 43 milioni 969 mila 406 euro che gli italiani hanno destinato allo Stato in quota 8 per mille dell’Irpef. Basta sfogliarlo per scoprire che confraternite, monasteri, congregazioni e parrocchie assorbono la quota prevalente di quanto i contribuenti avevano devoluto a finalità umanitarie o per scopi di assistenza e sussidi al volontariato.

E invece? Succede che i 10 milioni 586 mila euro assegnati al capitolo “Beni culturali” sono finalizzati in realtà a restauri e interventi in favore di 26 immobili ecclesiastici. Opere che avrebbero tutte le carte in regola per usufruire della quota dell’8 per mille destinata alla Chiesa cattolica, col suo apposito fondo “edilizia di culto”. Come se non bastasse, la medesima destinazione (chiese e parrocchie) hanno anche gli altri 19 milioni destinati alle aree terremotate del centro Italia (14 per l’Abruzzo).

“L’atto del governo n. 121″ è stato predisposto ai primi di settembre da un presidente Berlusconi reduce dall’incidente diplomatico del 28 agosto con la Segreteria di Stato Vaticano. Sullo sfondo, la (mancata) Perdonanza dopo il caso Giornale-Boffo. Il documento, poi trasmesso alla Camera il 23 settembre, conferma intanto che i soldi vanno allo Stato ma entrano di diritto nella piena discrezionalità del capo del governo, per quanto attiene al loro utilizzo. È un atto “sottoposto a parere parlamentare” delle sole commissioni Bilancio. Quella della Camera lo ha già espresso, “positivo”, il 27 ottobre, quella del Senato lo farà nei prossimi giorni. Eppure, anche la maggioranza di centrodestra della commissione Bilancio di Montecitorio ha lamentato le finalità distorte e ha condizionato il parere finale a una serie di modifiche, contestando carenze e incongruenze del decreto.

Tra le più sorprendenti, quella che riguarda la “Fame nel mondo”, “alla quale nel decreto vengono attribuite risorse finanziarie alquanto modeste, a fronte di richieste di finanziamento di importo limitato che avrebbero potuto essere integralmente accolte”. Insomma: governo ingeneroso verso i bisognosi. In effetti, ultima pagina, al capitolo “Fame nel mondo”, sono solo dieci le onlus e associazioni finanziate per 814 mila euro, pari al 2 per cento del totale.
Tutto il resto? A chi sono andate le quote parte dell’Irpef che gli italiani hanno devoluto allo Stato? La parte del leone quest’anno la fanno gli “interventi per il sisma in Abruzzo”. Sono 32 e assorbono 14 milioni 692 mila euro. Ma il condizionale è d’obbligo. A parte la preponderanza anche qui di parrocchie e monasteri (la quasi totalità) tra l’Aquila, Pescara e Teramo, tuttavia altro non quadra. E a rivelarlo è proprio la commissione parlamentare presieduta dal leghista Giancarlo Giorgetti: “Le richieste di finanziamento relative all’Abruzzo risultano presentate in data antecedente al sisma dell’aprile 2009 ed appare quindi opportuna una puntuale verifica e un coordinamento con gli interventi previsti dopo il sisma”.

L’ammonimento è chiaro: quei beni finanziati in Abruzzo non sarebbero stati danneggiati dal terremoto del 6 aprile, non quanto altri almeno. Perché dunque si dirotta lì un quinto dell’intera quota dell’8×1000? Il sisma del dicembre 2008 in Emilia garantisce a 9 tra parrocchie e monasteri del Parmense altri 4 milioni, mentre 11 milioni sono parcellizzati per i danni delle restanti calamità in tutta Italia.

Ma ecco il punto. Oltre 10 milioni finiscono ad appannaggio dei Beni culturali. Ventisei tra consolidamenti e restauri, quasi tutti per diocesi, chiese, parrocchie, monasteri. Solo per restare alle cifre più consistenti, ecco il milione 314 mila euro per la cattedrale dell’Assunta di Gravina di Puglia, il milione 167 mila euro per il restauro degli affreschi della chiesa dei Santi Severino e Sossio di Napoli, oppure i 987 mila euro per il restauro di Santa Maria ad Nives di Casaluce (Caserta), i 579 mila euro per San Lorenzo Martire in Molini di Triora o i 413 mila euro per la “valorizzazione della chiesa San Giovanni in Avezzano”. E poi, la Pontificia Università Gregoriana e la Compagnia di Gesù. Anche su questo capitolo le bacchettate del Parlamento: la priorità dovevano essere “progetti presentati da enti territoriali”, non ecclesiastici. Ci sarebbe anche il capitolo “Assistenza ai rifugiati”, al quale però, per il 2009, il decreto firmato dal premier Berlusconi destina 2,6 milioni, poco più del 5 per cento del totale. E quasi tutto (2,3 milioni) va al solo Consiglio italiano per i rifugiati. Concentrazione “non opportuna”, censura infine la commissione Bilancio: “Altri progetti non finanziati risultavano meritevoli di attenzione”.

Bologna – Parigi solo andata

•Novembre 16, 2009 • 2 Commenti

Io amo moltissimo la mia città.

Mi piacciono i suoi portici, i suoi palazzi colorati in rame, gli angoli bui delle stradine del centro.

Però se vado via dalla Parigi in minore per ritornare in quella maggiore, perlomeno nello stato d’animo in cui mi trovo in questo periodo, non rientrerò mai più.

Quindi Bologna – Parigi solo andata

Siam tre piccoli porcellin

•Novembre 14, 2009 • 2 Commenti

Secondo l’estremista radicale Casini Pierferdi anche questa legge SS, Salva

Silvio, 3littlepigsè un “porcheria”. E dai. Dopo la legge elettorale “porcata”, torniamo a grufolare. Un vaccino contro questa gente purtroppo ancora non esiste e l’epidemia si diffonde.

(Vittorio Zucconi)

La pandemia che non c’è

•Novembre 12, 2009 • 2 Commenti

Mi trovo, come alcuni di voi sapranno, a Parigi.

Leggo qualche giornale, cammino per le strade e mi sono accorta di una cosa.

Qui in Francia la pandemia di influenza A H1N1 non esiste, non ci sono accorati appelli alla vaccinazione, non ci sono politici che ogni due per tre vanno in televisione a dire cosa fare e a sostenere la causa delle case farmaceutiche.

I giornali non riportano nessun titolo a caratteri cubitali sul numero dei morti con relativo nome, cognome e biografia; anche al Charles De Gaulle non mi hanno chiesto niente, non mi hanno fatto il terzo grado per sapere se tossivo, starnutivo o niente niente mi sentivo poco bene.

Vuoi vedere che qui, pur avendo il loro bravo tasso di malati non ne fanno un’emergenza nazionale e trattano il tutto come un normale evento sanitario?

Boh, valli a capire ’sti francesi.

SilvanaScricci e la Ragazza con la Valigia vanno via

•Novembre 10, 2009 • 14 Commenti

Siccome da oggi sul lavoro mi sento così:

353255_mafalda in castigo

stasera preparo la valigia e domani volo qui:

point neufe, se mi va, non torno più!

Il faut oublier

Tout peut s’oublier

Qui s’enfuit déjà

Oublier le temps

Des malentendus

Et le temps perdu