
I miei viaggi sull’autobus continuano.
Come sempre ogni giorno ed ogni sera, o quasi.
E’ strano, o forse no considerando la mia idiosincrasia per la mattina (animale notturno sono), come non colga mai nel viaggio di andata verso il lavoro nulla di particolare, e come, di sera, io sia molto più attenta e partecipe all’umanità che mi sta attorno.
Ieri sera, appunto, ero su un autobus stipato di gente, una muraglia umana, cercando di mantenere il precario equilibrio appesa ai malefici appigli che sono posti sempre troppo in alto per una venere tascabile come me.
Mentre cercavo di non farmi scivolare la borsa dalla spalla, di non far cadere il libro che avevo in mano, di non farmi pestare il piede che mi duole, mi sono guardata attorno e, naturalmente per caso, mi sono fermata ad ascoltare il discorso di una bionda platinata e truccatissima, sui cinquanta anni, al cellulare.
Avete notato come le persone che difendono la loro privacy con un atteggiamento morboso quando sono in ospedale, alle poste, in banca, poi non si facciano il minimo scrupolo di urlare al cellulare tutti i più dettagliati particolari dell’ultima visita dal ginecologo, o di snocciolare con una nonchalanche britannica il loro conto bancario e la loro situazione fiscale?
Comunque, tornando a noi, mi metto ad ascoltare la conversazione; ha parlato per 35 minuti 35 (durata del percorso in queste giornate con le strade piene di traffico e di rincoglioniti per la neve) dei personaggi di Amici della defilippa.
Oh, ma li conosceva tutti, manco fossero suoi parenti o suoi amici, discuteva sulle loro performance, sul loro carattere, sul trucco, sugli abiti, sulle risposte date ed avute dalla conduttrice.
Si sperticava in lodi, in improperi, in “dio, la adoro”, in “vorrei che fosse mia figlia”, in “gli spaccherei la faccia, tanto mi sta sul culo”, “la considero la mia migliore amica”.
Quest’ultima affermazione mi ha fatto accapponare la pelle.
Ho pensato in quale abisso di solitudine vera debba trovarsi una persona adulta per considerare un personaggio televisivo la sua migliore amica, quale buco dell’anima poteva avere una persona che considera amica una persona che non ti conosce, con cui non dialoghi, con cui non hai un rapporto epistolare, che non sa nemmeno della tua esistenza nel terragno ed acqueo mondo.
Mi è presa una botta di malinconia tremenda pensando alle vere solitudini delle persone che nemmeno, forse, sanno di essere sole e costruiscono discussioni con un’altra solitudine trattando del nulla.
Ciò che ha reso il tutto ancora più surreale è stata un’altra signora, esteriormente molto differente dalla precedente: sui sessantacinque anni, senza trucco e senza “panteramenti”, che per tutti i 35 minuti che sono stata sull’autobus, è rimasta con il suo cellulare attaccatto all’orecchio senza profferire una sola parola, senza alitare un solo suono.
Da un lato una donna che ha parlato continuamente, senza interruzione, di nulla.
Dall’altro una donna che non ha parlato mai, senza interruzione, di nulla.
Due facce della stesso isolamento, dello stesso abbandono?
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