L’immoralità del non voto


Mentre domani si vota per le elezioni regionali in Emilia Romagna, qualunque sia la vostra intenzione di voto, vi invito a leggere quanto scritto da Mattia Macchiavelli, un ragazzo che mi onoro di conoscere.

Non andare a votare è immorale.
Lo dico senza ammantarmi di un qualche senso di superiorità e senza voler erigermi a giudice di tutto e tutti. Il mio, in realtà, è un pensiero decisamente personale, molto semplice e del tutto banale. Mi preme, però, condividere qui quanto penso, perché ho letto di molti che non si recheranno ai seggi e la cosa mi ferisce: non è un diniego intellettuale o un dissenso astratto, no, la mia è una ferita che sento come inferta, a me come uomo prima ancora che a me come cittadino. Difficile esprimere la propria umanità, difficile realizzare l’umano del nostro essere, difficile essere uomo o donna, quindi, al di la e al di fuori di un ordine sociale e statale, di qualsiasi natura esso sia. Difficile essere uomo ed essere donna fuori dallo Stato. E lo stato che noi abbiamo questo è: può piacere o non piacere, può avere meccanismi giusti o perversi, può essere madre o matrigna, ma in esso noi siamo e in esso noi dobbiamo operare. Non recarsi alle urne, non adempiere al proprio diritto-dovere, significa non solo rassegnarsi all’ignavia, ma anche e soprattutto distruggere lo Stato, distruggerlo di quella distruzione che non permette alcuna ricostruzione: spargere il sale sul terreno affinché nulla possa più germogliarvi. Questo non lo si deve permettere. Mai.
Esistono molteplici modi per manifestare il proprio dissenso, diverse pratiche per riuscire a dar voce all’amarezza e alla rassegnazione: scheda nulla, scheda bianca, voto disgiunto, farsi registrare e rifiutare di prendere la scheda (si può davvero?), etc… Tutto questo è legittimo, non solo, è anche giusto. Io stesso, probabilmente, disperderò il mio voto perché mi trovo a vivere queste elezioni regionali con un senso di desolazione infinita, come se mi avessero sottratto un bambino dall’utero, inconsapevolmente scippato di una scelta reale e possibile. Ma quando mi recherò al mio seggio, di corsa, mangiando al volo un panino perché dovrò tornare a fare lo scrutatore da un’altra parte, beh, in quel momento il mio cuore comincerà a battere come sempre: sarò emozionato, rileggerò la scheda venti volte ed esiterò prima di vergare con la matita una scelta a lungo ponderata. Votare mi emoziona, nonostante tutto, nonostante tutti. E dovrebbe emozionare sempre, chiunque, perché votare significa possedere una dignità, una vita, significa essere ascoltati, significa alzare la mano per dire “io voglio questo”: non è soltanto giocare il gioco della democrazia, votare significa realizzare la propria natura.
Viviamo in un tempo i cui la parola “politico” è un insulto: quante volte Paola Taverna ha ripetuto, con veemenza, con vera convinzione, “io non sono un politico! Io non sono un politico!”? La sincerità di quelle parole mi ha distrutto: l’equazione tra l’essere un politico ed essere sporchi, malvagi, contaminati; il rifiuto impaurito da parte di chi siede in parlamento di chiamarsi con il proprio nome; la violenta repulsa verso ciò che di più alto e nobile possa essere concepito in un ordinamento statale. Mi distrugge. E’ un gioco a cui non voglio giocare: la Politica per me è sacra, essa deve essere purgata, medicata e le si deve donare nuova verginità; per farlo, tuttavia, il primo e forse il più potente mezzo a nostra disposizione è il voto.
Tutti quanti dovrebbero andare a votare domenica, anche se le elezioni Regionali sono, nell’immaginario comune, le “meno sentite”: ma un’elezione non si deve sentire, un’elezione si deve vivere, si deve volere. In quelle cabine di cartone si consuma un segreto mistico e potente, si celebra un rito pagano a cui tutti e tutte dovremmo votarci come alte sacerdotesse d’un tempio remoto: custodendo, così, il mistero della cosa pubblica che altro non è che il nocciolo recondito della vita stessa.
Domenica andiamo a votare: “La nostra è un’epoca essenzialmente tragica, perciò ci rifiutiamo di prenderla tragicamente. Il cataclisma c’è stato, siamo tra le macerie, e cominciamo a costruire nuove piccole comunità, a nutrire nuove piccole speranze. È un lavoro piuttosto difficile perché ormai la via che porta al futuro non è spianata: gli ostacoli però li aggiriamo, o faticosamente li scavalchiamo. Dobbiamo vivere, non importa quanti cieli ci siano crollati addosso” (D.H. Lawrence).

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3 risposte a L’immoralità del non voto

  1. rasoiata ha detto:

    Cara Silvana, ma che bravo questo Mattia, davvero.
    Ha ancora (forse e’ giovane) limpidi i valori portanti di uno stato democratico, tanto di cappello.

    Pero’ io mi sono messo nei panni di un emilianoromagnolo che pranza con la foto di Gramsci appesa alla parete, che ha passato decenni a far da volontario alle feste dell’Unita’, e che nell’ultimo anno ha ascoltato la telefonata di Vendola con il tipo dell’Ilva e le dichiarazioni di Sacconi sul jobs act (“E’ il mio testo”).

    Sinceramente, se io mi fossi trovato in una tale situazione, non sarei andato a votare (e te lo dice uno che continua a donare senza alcun vantaggio il tempo alla politica).

    E sarebbe stata la prima volta in vita.

    Ne’ ho viste di ogni, ho visto eletta Ilona Staller, ho visto eletta una pompinara in lombardia, un cerebroleso di nome trota, ho visto persino Toni Negri farsi eleggere per poi scappare a Parigi, ma non avevo MAI, dico MAI, in nessuna parte del globo, visto un governo di centrosinistra che legifera le STESSE leggi proposte da decenni dalle destre.

    A me tutti quelli che non sono andati a votare in Emilia Romagna fanno tenerezza, li amo, sono come me, non sanno piu’ che fare, li hanno presi per il culo troppe e troppe volte.

    Nonostante l’ottimo pampleth di Mattia, hanno avuto ragione loro.

    Besos
    Zac

    P.S.
    Che dici, mi regalerai un altro post prima della fine dell’anno?

  2. riccardo ha detto:

    Dobbiamo continuare a crederci tutti… nonostante tutto.
    Il granfe filosofo marxista (ebbene sì!) Ernst Bloch sosteneva che il pessimismo e lo scoraggiamento sono “lussi” che i lavoratori ed i proletari non possono proprio permettersi.
    Tanto più ora, che das Kapital diventa sempre più feroce, ottuso, bestiale.
    L’unica soluzione, per me, è tornare ai “fondamentali”: ai principi ed alle lotte del socialismo.
    Aggiornando il tutto ai tempi, certo, evitando di rifare vecchi e tragici errori (lo stalinismo, per es.) ma senza dimenticare che il capitalismo (riprendiamo ad usarla, questa parolaccia) non è minimamente cambiato… soprattutto ora, che dispone di masse sterminate di esseri umani da schiavizzare… senza neanche bisogno di utilizzare le catene.
    Un abbraccio e… torna in pista, ok?
    Riccardo

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