Che siate per sempre maledetti


Che siate maledetti, autori materiali, mandanti, politici e magistrati corrotti  o inetti che avete impedito e impedite che la verità sia svelata. Che siate maledetti, faccendieri diabolici che sempre mescolate e rimescolate le vite degli altri. Che siate maledetti voi che avete ferito a morte la mia città.

Vorrei che il peso di quegli ottantacinque morti vi schiacciasse ogni giorno di più, che si centuplicasse, che perseguitasse ogni minuto della vostra esistenza. E che andasse anche oltre. Nell’eternità.

Aveva le treccine, o i “codini”, non ricordo bene. Ricordo le sue lentiggini, però, che le adornavano graziosamente la pelle candida del viso, e ricordo che portava gli occhiali, e il colore dei suoi capelli, ricordo, un biondo tendente al ramato scuro. Era un po’ più grande di noi, Mirella.  Aveva due anni più di me. E si sa, quando si hanno sette, otto anni, anche due soli anni fanno la differenza. Nei caldi pomeriggi estivi, quando il sole arroventava il cortile, o quando scoppiava un temporale improvviso, noi bambini ci rifugiavamo nelle scale del condominio. Ci sedevamo sui gradini, davanti alle porte degli appartamenti dove Mirella e io abitavamo e lei cominciava a raccontarci storie. Noi piccoli l’ascoltavamo attenti. Per lo più erano storie di fantasmi. Ci andavamo a nozze, con quelle storie. Eravamo deliziati dai brividi di paura che attraversavano i nostri corpi. Lei, poi, sapeva raccontarle così bene, con la sua aria di mammina seria seria. Ne ricordo una che narrava di una ragazza, e del suo vestito viola macchiato di caffè.  Da più grande, poi, l’ho sentita raccontare ancora, questa sorta di leggenda metropolitana. Ma era tutta un’altra cosa. Quei pomeriggi, quei momenti delle magiche estati della mia infanzia mi sono rimasti in mente a lungo. E me li raffiguro ancora: Mirella seduta sul gradino più alto e noi accovacciati ai suoi piedi, gli occhi spalancati, la bocca socchiusa. Noi, i piccoli, lì ad ascoltare, immobili.

Poi cambiai casa, e di Mirella non seppi più nulla. Fino a quel terribile agosto di trentaquattro anni fa, quando i giornali pubblicarono i nomi delle vittime della strage di Bologna. Perché Mirella, come me, come tutti quei bimbi di quelle estati sui gradini era diventata adulta. Aveva un lavoro, Mirella. Proprio lì, accanto alla sala d’aspetto di seconda classe, accanto al luogo dove il 2 agosto 1980 si scatenò e si diramò l’inferno. Dipendente del bar ristorante della stazione centrale di Bologna, questo era il suo lavoro. Chissà come era diventata, Mirella? Chissà come sarebbe, oggi? Forse  starebbe raccontando  le sue vecchie storie a qualche nipotino affascinato?

No. Niente di tutto questo.

Perché il nome di Mirella è  inciso nel marmo della lapide posta  in quella sala d’aspetto. Sta insieme a  quello Angela Fresu (di anni tre), a quello di Antonio Montanari (di anni 86). Sta insieme a quelli di altre 84 persone, vite spezzate da una criminalità oscena.  Spezzate due volte, poi, visto come sono andati i processi. Ma non voglio dire una parola sull’andamento e gli esiti degli interminabili processi che si sono svolti in questo nostro Paese burla. Ne hanno parlato tanto i giornali, in tutti questi anni, e senza dubbio molto meglio di quanto possa fare io. Voglio solo ricordare quelle persone cui è stato tranciato il futuro: i dipendenti della stazione, i tassisti. E quelle donne, e uomini e bambini che stavano partendo per andarsene in vacanza, con le valigie piene di costumi e asciugamani, e secchielli e palette e olii abbronzanti. L’attesa, la sognata  vacanza. Una ricarica per poter andare avanti un altro anno. E quelli che finite le vacanze stavano tornando a casa, con la pelle abbronzata dal sole, qualche granello di sabbia intrappolato nella valigia, il regalino comprato all’ultimo momento per la zia Adelina, con la foto ricordo dell’estate 1980 scattata dal fotografo ambulante durante la passeggiata serale. Persone come noi, come tanti di noi che oggi, 2 agosto 2014, ci accingiamo forse a fare le stesse cose. 

No, non ci può essere alcun perdono.

Che siate maledetti, voi, scippatori di vite.

Angela Fresu, aveva solo tre anni.

Che Angela Fresu sia per voi un macigno.

Riprendo queste parole di Milvia Comastri che, come ogni anno, ho incontrato questa mattina per percorrere quel pezzo di strada tra due piazze (piazza Maggiore e Piazza Medaglie d’oro), che è anche un pezzo di strada di vita che noi bolognesi condividiamo.

Quel pezzo di strada che, coincidenze della vita, ho percorso anche con Corrado Melega che fece nascere mia figlia, mia figlia che non sarebbe nata se io quel 2 agosto di trentaquattro anni fa fossi stata un poco più avanti della pasticceria Impero.

Se fossi stata in orario per accompagnare la mia amica in stazione oggi non ci sarei stata, non ci sarebbe stato mio marito, non ci sarebbe stata mia figlia.

Se, allora, fossi arrivata in stazione, sarei rimasta in stazione per sempre.

Questa voce è stata pubblicata in Diario personale e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

10 risposte a Che siate per sempre maledetti

  1. Ho condiviso perché sono anche io indignata per come vanno le cose in questo paese.

    • silvanascricci ha detto:

      Grazie, davvero tanto.
      A nome di tutti, tutti quelli che sono morti, tutti quelli che sono rimasti feriti nel corpo e nell’anima, tutti i bolognesi e tutti gli italiani che hanno ancora la forza di indignarsi.
      Grazie

  2. Milvia ha detto:

    Grazie, cara Silvana per aver condiviso. E grazie per essere stata in ritardo, quel 2 agosto di 34 anni fa. Se tu fossi stata puntuale non avrei avuto la gioia di conoscerti. Un abbraccio.

    • silvanascricci ha detto:

      Grazie a te cara Milvia anche per la potenza, la forza e la bellezza che sai sempre mettere nelle parole.
      Un abbraccio fortissimo anche a te.

  3. Luisa ha detto:

    grazie..34 anni fa passai a li’ un’ora prima ..oggi ero li’ per prendere un treno …col freddo nel cuore

  4. robi cipra ha detto:

    Con la testa un pò stanca, già a metà racconto ho sentito che le lacrime stavano per arrivare..
    Ciao Silvana, ti abbraccio. robi

    • silvanascricci ha detto:

      Le lacrime che arrivano, in questi casi, sono sintomo di umanità.
      Quindi lascia che sgorghino.
      Un abbraccio grandissimo!
      Besos

  5. robi cipra ha detto:

    Buon Ferragosto Silvana carissima! robi

    • silvanascricci ha detto:

      Anche se un po’ in ritardo (ma sono stata in vacanza senza connessione internet) auguri di un ottimo restante agosto…e settembre, ottobre, novembre, dicembre… insomma per sempre.
      Un abbraccio e besos
      Silvana

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...