Il primo giorno di scuola


Tra qualche giorno ricominciano le scuole ed in alcune regioni sono già cominciate.

Ai miei tempi, frase che mi fa parecchio vecchia, la scuola iniziava per tutti il primo ottobre tanto che i bambini che mettevano piede nelle aule per la prima volta si chiamavano remigini.

Pur essendo moltissime le cose variate negli anni ce n’è una che rimane uguale, immutabile ed eterna: l’emozione.

Che tu li veda accompagnati dai genitori o sugli scuola bus rimane costante questa impressione.

Ricordo il mio primo giorno di scuola accompagnata in aula, come ricordo, tanti anni dopo, la prima volta che ho accompagnato mia figlia a scuola.

Io come lei, come i bambini di ogni epoca ervamo nervose ed un po’ sole in mezzo ai veterani della transumanza scolastica, anche per loro è cominciato il cammino dentro un labirinto di aule dal quale, se saranno bravi e fortunati, usciranno fra vent’anni salvo complicazioni e specializzazioni.

Vent’anni.

Praticamente un ergastolo con scarcerazione per buona condotta.

Loro non lo sanno, preoccupati soltanto di trovare nuovi amici, di incontrare il compagno grosso e bullo che gli ruberà il cartoncino del latte, di essere presi in giro dalle femmine prima che le stesse femmine s’innamorino di loro, come loro prenderanno in giro le femmine prima di sognarle di notte e di giorno e di essere definitivamente separati dalla mamma.

Perché la materna è una bella cosa, ma la scuola ufficiale ha tutto un altro sapore, ha il gusto del taglio netto del cordone.

Li attendono circa 24mila trilli di campanelle.

Seimila compiti a casa, da facili (ma non per loro) addizioni e sottrazioni a difficili tesi di laurea.

Trecento o quattrocento pagelle, dalle prime blande indicazioni ai micidiali voti universitari. Migliaia di risvegli prematuri (ma perchè le scuole devono cominciare così presto al mattino?

Maledizioni di economia contadina che rimangono?), rimproveri, musi lunghi, punizioni, ricompense, stranguglioni, soddisfazioni.

Tutto per conquistare un’istruzione che aprirà a loro la porta verso altri stranguglioni, soddisfazioni, ricompense, musi lunghi, compagni bulli, colleghe antipatiche, capi prepotenti, fino a una pensione che forse loro non avranno mai.

Sono  uguali in tutto il mondo.

Una scuola è una scuola, e le maestre che si chiamino Smith, Popov, Nakamoto o Bianchi si somigliano tutte, perché la funzione crea l’organo, il ruolo crea la persona.

Eppure davanti agli ingressi, davanti ai scuolabus qui come in ogni parte del mondo, si vedono molte lacrime, esattamente come ai matrimoni.
Giorni felici, occasioni liete, ci dicono, ma allora perché tante lacrime ai matrimoni e ai primi giorni di scuola?

Forse perché abbiamo visto cose che ai bambini, e agli sposi, è meglio non dire.

Che nessuno sa mai dove li porterà quel viaggio sull’autobus giallo della vita.

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6 risposte a Il primo giorno di scuola

  1. unarosaverde ha detto:

    Io ci risalirei al volo, su quell’autobus…
    Magari un giorno lo farò pure, da vecchietta, con tanto tempo libero a disposizione e un astuccio nuovo.

  2. Anüz ha detto:

    Pensa, c’è persino chi si commuove anche soltanto leggendo ; )
    Anche a me piace moltissimo l’idea dell’astuccio nuovo.
    E poi, intorno ai primi di ottobre, l’arrivo del libro di antologia da divorare in pochi giorni.
    Leggendolo come una volta, col dito lì, per non perdere il rigo.

    • silvanascricci ha detto:

      Siamo così gradevolmente sentimentali quando parliamo del nostro primo giorno di scuola.
      Il commento di Rosa Verde mi aveva fatto venire in mente anche una battuata di un film che dice: “New York, in autunno, mi fa pensare ad un mazzo di matite colorate ben temperate”, a me visualizza la stessa immagine il primo giorno di scuola.

  3. cescocesto ha detto:

    che post poetico, cara silvana.
    anch’io divento nostalgico quando ripenso ai primi giorni di scuola.. tutto nuovo, spaventoso eppure così “carico di futuro”.
    anch’io ci risalirei su quel pulmino, eccome.

    • silvanascricci ha detto:

      Ho come l’impressione, dai commenti che molti di noi tornerebbero sul quel pulmino giallo e, come dice Rosa Verde, con un astuccio nuovo.

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