Suv, happy hour e poppe finte


Dopo un lungo rivoltarsi finalmente s’addormentò, e cominciò a fare i più brutti e arruffati sogni del mondo. Era la notte del 16 maggio, aveva appeno perso il primo turno.

D’uno in un altro, gli apparve la sua città, Milano, governata da un comunista, il compagno sindaco Giuliano Giandomenicovic Pisapia.

S’affacciava dal balcone di Palazzo Marino, indossava un colbacco anche se era quasi giugno e pronunciava con voce fessa il suo primo discorso: “Compagne meneghine, compagni menghini, benvenuti a Milanograd!”.

Le coperte gli parvero una montagna.

Le buttò via, e si rannicchiò, ma sentì cresciuto il caldo e immediatamente dopo si sentì gelare.

Alle spalle di Pisapia, riconobbe il ghigno dell’infido architetto Stefano Renatovic Boeri e tutta una banda di artisti e giornalisti radical chic che stipendiava da decenni, ma che per la prima volta gli parvero felici.

So esponeva il pisapiano quinquennale.

Per incentivare il turismo, e permettere ai giapponesi di far fotografie, sarebbe stato creato il grande Mausoleo di Armando Cossutta, identico a quello di Lenin, solo con Cossutta ancora vivo.

Tutta la moda sarebbe passata di moda e Dolce e Gabbana – ricoperti di pece e piume – obbligati a fare i badanti ad Armani e Valentino.

Avrebbero risparmiato Prada, ma solo se avesse cambiato il marchio in Pravda.

Piazzetta Enrico Cuccia l’avrebbe dedicata alla moglie del banchiere, battezzata Idea Nuova Socialista Beneduce.

Alla statua di Indro Montanelli sarebbe stata affiancata quella di Ivan Della Mea, la Rinascente ribattezzataRinascita e sui poster dellalingerie non si sarebbe più stata Belen ma Ilda Boccassini.

Tutte le scarpe di Daniela Santanchè sarebbero state espropriate (solo birkensock d’ora in poi), come i golfini di cashimere e i mazzi di carte di Emilio Fede, interdetto da ogni frequentazione con il genere femminile; il leghista Matteo Salvini sarebbe stato costretto a cavalcare un cammello in via Padova, il vice sindaco De Corato a traslocare in un campo rom sgomberato ogni notte, dai vigili e dai rom.

Per ottimizzare, il Duomo sarebbe stato convertito da uno scenografo in moschea il venerdì (Duomoschea) e in sinagoga il sabato (Duomosè).

Fuori moda per legge anche i Suv, gli happy hour e le popppe finte, invece dell’Expò edilizia popolare, Salvatore Ligresti condannato a fare il magutt, il muratore, in nero, sotto l’afa e la pioggia.

L’uomo si vide perduto: il terror della morte lo invase, e, con il terrore di diventare preda de’ monatti, d’essere portato, cioè, al Palazzo di Giustizia, vide i cavalli dei cosacchi abbeverarsi nel laghetto di Segrate e divorarne le carpe, Canale 5 trasmettere programmi sul Gruppo 63, don Gino Rigoldi dirigere Italia 1 e don Colmegna al Tg4.

Li vide entrare nelle sue ville, più numerose dei vigili di Milano, li vide calpestare i suoi fiori e confiscargli via tutto, tutte le ragazze e persino il sepolcro, e vide il Milan nazionalizzato: si sarebbe chiamato Spartak Milan, le strisce nere sarebbero state abolite, il centro avanti sarebbe stato, per legge, Paolo Sollier e l’allenatore Osvaldo Bagnoli.

Sognò Pato strappato dal letto di sua figlia e spedito a rallegrare in pausa pranzo gli operai superstiti.

Comprese confusamente che era un sogno, ma che per lui sarebbe stato difficile svegliarsi.

L’esito del secondo turno non avrebbe cambiato le cose.

Si domandò se il sogno fosse quello che stava vivendo o che aveva vissuto dal 1994.

Ma per lui il sogno finiva, e iniziava la realtà.

Si era illuso di sognare per tutti, ma alla fine, dopo diciassette anni, ognuno aveva deciso di sognare per sè.

(Giacomo Papi)

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