Polvere, silenzio, sconforto


Gli orologi dei palazzi nel centro storico dell’ Aquila sono fermi. Ma le loro lancette non portano impressa la memoria della tragedia, quanto piuttosto, ognuno all’ora in cui ha smesso di funzionare, segnano lo stato di abbandono a due anni dal terremoto.

 Ricostruzione ferma

Via XX Settembre era la principale via di salita al cuore medioevale della città. Lungo tutto il suo tragitto avvolge il quartiere di condomìni di sei, sette piani con le facciate bucate come dai morsi di un enorme mostro.

I corpi dei vigili del fuoco intervenuti per l’emergenza hanno lasciato ovunque le loro firme orgogliose.

Qua e là i crateri dei palazzi crollati e ancora i cumuli di macerie da rimuovere. Prima dell’ultima curva, quel che resta della casa dello studente è una recinzione in metallo coperta da un foglio di plastica arancione.

Sotto le foto dei sette ragazzi morti una lunga fila di primule appoggiate sull’asfalto, qualche dedica e un invito a rispettare un luogo così doloroso. In tutta questa parte della città, pur non rientrando nella zona rossa, gli edifici sono classificati di “categoria E”, ossia quelli più seriamente danneggiati, spiegano Patrizio Trapasso e Corrado Mastropietro, curatori del sito internet 6 aprile.it che riporta una accurata contabilità del post terremoto: assegnazione case, erogazione fondi, norme e decreti adottate.

“Quello che è mancato in questi due anni è una visione di insieme del post terremoto – dicono – Sono stati affrontati i problemi facili, lasciando aperti quelli più grossi”.Il risultato è uno stallo pressoché totale nella ricostruzione.

Lo scoglio principale, al momento, sono le linee guida per gli interventi sugli edifici “E” sia per abbatterli e ricostruirli, sia per recuperarli dove possibile.

La normativa è in forte ritardo, a giugno scadono i termini dati ai proprietari delle case per presentare le domande, molte devono ancora arrivare e ce ne sono già 14mila accumulate.

Finora sono state smaltite al ritmo di 200 al mese, una proroga è scontata.

Poi devono essere erogati i fondi, avviati i lavori e così via. “L’Aquila è destinata a restare disabitata per almeno altri 10 anni”, dicono.

 Un po’ di numeri

Ad oggi ci sono ancora 37.733persone senza casa tra L’Aquila e provincia.

Settemila sono nei Map (moduli abitativi provvisori, dei bungalow in legno), 14mila nelle C.a.s.e., i prefabbricati antisismici disseminati nelle campagne circostanti, 1.300 vivono negli alberghi, gli altri hanno trovato ”autonoma sistemazione” (trasferimenti altrove, ospitalità da parenti) con un contributo alle spese sostenute.

Per ogni persona ospitata gli albergatori della costa teramana ricevono 50euro al giorno dallo stato.

Ma ci sono posti nelle caserme del G8 (piccoli appartamenti) e nelle stesse C.a.se., il cui costo – 2700 euro a metro quadrato – ha intanto prosciugato gran parte dei fondi per l’emergenza. Al campo Sant’Elia, uno dei 19 villaggi – come vengono chiamati dagli aquilani questi complessi abitativi – tutto è in ordine. Le C.a.s.e – blocchi di 12 moduli su tre piani – hanno garage sotterranei e giardinetti curati. Terrazzi e vialetti interni.

Ma la gente non sembra felice.

Zeffirio Petricca e Alessandro Graziosi, 76 e 85 anni passano il pomeriggio su una panchina guardando la strada statale. Attorno a loro, campagna.

Raccontano le traversie per l’assegnazione, i trasferimenti frettolosi per fare spazio ad altri inquilini mai arrivati, si scaldano ricordando le case date a chi non avrebbe titoli e i disagi burocratici enormi per risolvere anche solo il problema di una infiltrazione d’acqua.

“La ricostruzione iniziale è stata un’illusione, ed è già finita.

La verità è che prima avevamo tutto nel giro di 30 metri,: pane, sigarette, giornali e invece moriremo senza vedere più casa nostra.

Forse i nostri figli fra 20 anni, non certo noi”.

 La città fantasma

Nel centro storico è stato riaperto corso Umberto, che taglia a metà il borgo fino alla centrale piazza Duomo.

Tutto intorno è zona rossa.

I militari vigilano che nessuno vi entri, ma i “buchi” nelle recinzioni sono tanti.

Sotto i portici, sorretti dalla migliaia di ponteggi di sicurezza, le locandine dei cinema sono quelle di due anni fa, su molti negozi c’è una polverosa scritta che annuncia il trasferimento in un centro commerciale fuori città.

Sulle grate del Gran Cafè ci sono le foto di chi lavorava qui e ha perso la vita; dietro, il buio dei locali sventrati, l’odore freddo della polvere. Piazza Duomo, cuore della città, è silenziosa.

La musica di un bar rimbomba solitaria, senza clienti.

Sotto il campanile si può ascoltare senza fatica il battito delle ali dei piccioni che lo popolano.

Una rosticceria espone la scritta “siamo aperti”, ma all’ora di pranzo non ci sono clienti.

Sul tendone dei comitati cittadini allestito davanti al Duomo c’è l’invito a partecipare a una assemblea per fermare la “diaspora”.

“Gli aquilani ormai vivono senza L’Aquila.

Il centro storico non c’è più, la vita è nei centri commerciali, c’è molto sconforto”, dice Enza Blundo del Comitato Viola per la ricostruzione dell’Aquila, molto attiva nelle celebrazioni del secondo anniversario assieme alla associazione 309 martiri dell’Aquila.

“Martiri perchè c’erano le denunce per evitare questa tragedia”.

Venerdì comincia il processo che vede imputata la”Commissione grandi rischi” per il mancato allarme, altri 15 sono nella fase istruttoria.

I comitati chiedono l’istituzione dei una giornata di lutto per domani, hanno raccolto le firme per una proposta di legge che coinvolga i cittadini nelle scelte della ricostruzione e stanotte guideranno una fiaccolata senza autorità – “non invitate, non vogliamo altre passerelle” -, che si chiuderà alle 3.32 in piazza Duomo.

Il loro orologio non ha perso la memoria.

(Fulvio Fiano)

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