Lacrime anonime


Lavorare in ospedale ha degli innegabili vantaggi.

Se ti capita qualche sfiga, qualche acciacco ti assale sai sempre da chi andare, chi è il migliore a cui rivolgerti, da chi non andare, neppure sul letto di morte.

Se ti devono dare qualche notizia sgradevole hanno un atteggiamento differente, un’umana partecipazione un filo più sentita rispetto ai noti od ignoti pazienti.

Ma lavorare in ospedale ha indubbiamente degli aspetti negativi.

Uno di questi è una certa durezza di carattere che acquisisci con gli anni, non tanto insensibilità quanto un pizzico di cinismo che ti serve per sopravvivere.

Un cinismo che non applichiamo solo agli altri ma, prima di tutto, a noi stessi; perchè nonostante quello che diciamo ai nostri pazienti sappiamo che che non sempre esiste l’illusione della guarigione, che non tutto si può superare.

Sviluppiamo, nonostante le apparenze, il senso del limite, la consapevolezza dell’umana fallacia.

Ed anch’io come tanti possiedo queste caratteristiche, eppure dopo 30 anni di onesta carriera, nonostante le confessioni ascoltate, nonostante le sofferenze viste, c’è una cosa da cui la mia corazza non riesce a proteggermi.

Le lacrime.

Non quelle che sgorgano dagli occhi delle persone che hai davanti, che aprono un referto che sai, non a quelle che escono quando ti raccontano le loro storie.

Quelle mute.

Quelle che incontro lungo il viale dell’ospedale.

Quelle che non mi hanno raccontato, di cui non so nulla.

Quelle che vedo nascere da anagrafi anonime, che sorgono per sè o per altri che mi sono ignoti.

Quelle a cui non potrai cedere parole, concedere sollievo.

A tutte queste non mi sono mai abituata, e, forse, è un bene.

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12 risposte a Lacrime anonime

  1. Ernest ha detto:

    grazie per questo post
    hai reso perfettamente l’idea
    un saluto

  2. rasoiata ha detto:

    Cara Silvana, e’ decisamente un bene.
    Si chiama emozione.
    Mica siamo dei robot.

    Post straordinario.
    Buon lavoro.

    Ciao,
    Zac

  3. speradisole ha detto:

    Ci auguriamo tutti, carissima Slvana, di trovarci di fronte a persone sensibili come te, nel momento della sofferenza.
    Non si allevieranno i dolori, ma la condivisione e la comprensione sono un vero balsamo per chi soffre.
    Ciao Silvana, un abbraccio con tanta stima.

  4. palbi ha detto:

    Ci vogliono delle belle scorte di riserve morali per fare bene il tuo lavoro !
    Complimenti 🙂

  5. Giovanni Farzati ha detto:

    ospedale, il posto dove alla indiscussa professionalità ci vuole una grande umanità, tocchi con mano la diseprazione, la sofferenza, il sollievo..io ho vissuto sulla mia pellela vita d’ospedale, le lunghe notti che non finivano mai vicino ad una persona cara che se ne stava morendo, la fatica che ti annebbia la vista, non piangi perchè non serve.

    • silvanascricci ha detto:

      Ci vuole anche umanità e, soprattutto, professionalità.
      Ma se ti fai coinvolgere emotivamente non farai mai bene il tuo lavoro.
      Ciao

  6. cescocesto ha detto:

    brrr. mi sono venuti i brividi leggendo questo post.
    quelli che mi vengono sempre quando “la butti sul personale” e ci racconti un po’ di te, sempre in maniera delicata ma precisa, sempre con qualcosa da dire tra le righe del racconto.

    in un lavoro come il tuo l’emozione deve stare da una parte, nel cantuccio, e far posto alla razionalità, perché la malattia si affronta, per prima cosa, con la mente, la logica, il pensiero.
    ma l’emozione, la simpatia nel senso etimologico del termine, sono quelle a renderci umani (come detto, non siamo robot) e le lacrime ce lo ricordano, sempre.
    non ti ci abituare mai.

    • silvanascricci ha detto:

      Lo faccio raramente, quello di buttarla sul personale in maniera “pesa”, ma ogni tanto ci vuole.
      Sono d’accordo che nel nostro lavoro sia necessario essere, soprattutto, distaccati e razionali anche se l’empatia aggiunge il tocco di umanità che è indispensabile per potere capire oltre che con la mente anche con il cuore.

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