Le parole come musica di seta


Il libraio stava leggendo. Leggeva per nessuno. Leggeva in una lingua incomprensibile, greco, pensai, ed ebbi un tuffo al cuore. Che voce era, quella? Metteva i brividi, non avevo mai sentito una voce così. Pareva una specie di cantilena, una litania, una preghiera, ma non monotona, non sempre uguale: a tratti il tono s’alzava e restava su per un bel po’; poi all’improvviso scendeva di nuovo, e non c’era quasi distinzione tra parola e parola, non c’era modulazione, ecco sì, modulazione in quel che diceva: era come se cantasse con le parole, senza musica. Io una volta ero stato a teatro, lì gli attori facevano sentire tutte le variazioni: e una volta la voce era gioia, una volta sorpresa, sconcerto, rabbia, delusione. Gli attori piangono, ridono, s’incazzano, giubilano, si dannano l’anima per farti provare quello che secondo loro dice il testo, il libro, la commedia. Lui no. Stavo a sentire e c’era come una forza magnetica, in quella voce. Mi feci trasportare dall’onda.

Incredibilmente come quando entri in un luogo buio e solo un poco alla volta ricominci a vedere le cose, più passava il tempo e più riuscivo a distinguere le parole o quelle che a me sembravano parole. E le trovai bellissime, come se avessero un corpo, una vita, e fossero rivolte a me direttamente. Non capivo il significato, ma mi riempivono di calore; non mi spiegavo niente, ma da quel niente ero affascinato al punto di  non potermi più muovere. Sentivo dentro di tutto, una specie di indigestione e poi subito un sollievo, una voglia di nient’altro, come tra sonno e veglia, un’alba, una cosa come un cielo che si colora a sbalzi  e via le nuvole, via nebbia e foschia, veder tutto fino all’ultimo orizzonte.

fu uno shock, come la luna vista dall’altra parte. A tredici anni, scappato da casa, non potevo decifrare il senso di quella lettura, ci vagavo dentro e basta, cullato, inerme, felice come al centro di un gioco sconosciuto, felice di una felicità che era insieme il vecchio e il nuovo: tutti i natali e quel che sarà.

Il libraio leggeva le parole senza imporle all’ascolto, perchè le parole non nascono, non nascevano in quell’autore, per favorire, acchiappare, assecondare, manovrare a piacimento le emozioni del pubblico, stipandole nella gabbia di un unico sentire. Il libraio restituiva le parole a se stesse. La lettura che usciva dalla sua bocca era un’offerta di toni per l’anima: salire, scendere, fermarsi. Salire, restare, risalire. Non una concessione al sentimentalismo, non una lacrima, un grido in più, non una risata, un ammiccamento; niente effluvi di furore, smargiassate, tenerezze.

Leggeva il tempo che dura la parola nel cuore, senza picchi o sbalzi, perchè il cuore ha piani sovrapposti e li esprimerebbe salendo e scendendo con metodo dall’uno all’altro se potesse farlo da solo. Rinunciando a urli e guaiti, minutaglia emotiva.

E mentre ignaro di tutto questo, me ne stavo lì a occhi chiusi per non perdermi nemmeno un tratto di quella melodia, arrivarono a svegliarmi come tuoni i dieci rintocchi di San Giovanni. Cominciai a correre verso casa.

(da: Il libraio di Selinunte- Roberto Vecchioni)

Così di notte, quando tutto era silenzio nella strada,
io scavalcavo la finestra e camminavo con le scarpe in mano,
e m’infilavo nella luce fioca della sua bottega,
per sentire la voce di quel piccolo uomo.

Così di notte in quella stanza dove mi dimenticavo il tempo,
io stavo ad ascoltarlo di nascosto mentre lui leggeva
parole di romanzi e versi come cose da toccare
e al frusciare di pagine mi sentivo volare…

e le parole come musica di seta
mi prendevano per mano,
e mi portavano lontano dove il cuore
non si sente più lontano:
dentro le immagini, nei libri e nella pelle
di chi aveva già vissuto cose tanto uguali a me;
nella follia d’essere uomo e nelle stelle
per andare oltre il dolore più inguaribile che c’è;
e le parole si riempivano d’amore,
le sue parole diventavano d’amore,
le sue parole diventavano l’amore

Così la notte, quando gli incendiarono la casa,
e la gente rideva e diceva che era finalmente ora,
capii che c’è davvero una diversità infinita
tra imparare a vivere e imparare la vite:

guardavo il pifferaio che si portava dietro le parole
e se le trascinava nella luce bianca della luna:
non si voltò, non si voltò neanche a salutare,
se le prese su tutte, e le gettò nel mare…

e le parole del libraio da quella sera
se ne andarono per sempre,
e mi lasciarono con gli occhi di un bambino
che non può sognare più:
tutte le sere torno con le scarpe in mano
per vedere se da qualche parte le riporterai;
di giorno provo a ricordarmele, ma invano,
troppi uomini non cambiano e non cambieranno mai:
parlano tutti, ma non dicono parole,
le loro cose non diventano parole:
mi manchi tu, mi mancano le tue parole…

Ma ci son sere che scendendo verso il mare
mi sembra come di sentirti, e non ti vedo:
ma se m’illudo che sia ancora tutto vero
quasi ci credo.

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2 risposte a Le parole come musica di seta

  1. Pingback: Le parole come musica di seta « Silvanascricci's Weblog

  2. Antonio ha detto:

    Le parole di Roberto Vecchioni non sono solo di seta, come dici tucarissima Silvana,ma sono un linimento spirituale per chi le ascolta e le recepisce ed in più sono una grande lezione di vita e di umanità. Grazie per aver messo sul tuo sito queste bellissime cose- che confermano la tua grande sensibilità e la dolcezza dei tuoi occhi e, di conseguenza, della tua anima gentile. Un abbraccio. Antonio.

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