Nasciamo pari, poi diventiamo dispare


“In Italia si nasce pari e si diventa dispare. Ma questo non può essere l’unico destino possibile per le donne”: con queste parole Emma Bonino ha presentato con l’economista Fiorella Kostoris il ‘Comitato Pari o Dispare’, un’Authority contro le discriminazioni di genere. In un Paese come il nostro che, ricorda Kostoris, ha “il tasso di occupazione delle donne più basso dell’Unione europea a 27 con la sola eccezione di Malta“, certo l’obiettivo di “raggiungere la parità” può sembrare eccessivamente ambizioso. Ma il Comitato, costituito il 19 dicembre, intende promuovere la parità tra uomo e donna sulla base di una leva fondamentale per lo sviluppo dell’intera società, e non solo delle carriere femminili: “la meritocrazia”.

“Siamo convinti che la parità vada raggiunta innanzitutto sul mercato del lavoro – spiega Kostoris – Con il nostro 47 per cento, siamo lontanissimi dal target di Lisbona del 60 per cento per l’occupazione femminile”. E lontanissimi dal traguardo al quale due settimane fa inneggiava la copertina dell’Economist: “We did it!”, titolava il settimanale, (“Ce l’abbiamo fatta!”), aggiungendo “What happens when women are over half the workforce” (“Che cosa accade quando le donne sono oltre la metà della forza lavoro”).

Il problema non è solo di quante donne siano occupate, ma di quante raggiungano posizioni di vertice. E infatti l’Authority costituita dal Comitato applicherà il principio “comply or explain”: alle aziende private, alle pubbliche amministrazioni, cioè, verrà chiesto perché non vengono assunte e promosse le donne. “Sono state cercate? Non sono state trovate? – dice Kostoris – Useremo la moral suasion, come si fa in altri Paesi”. Anche perché in Italia non esiste un’Authority istituita dalla legge che effettui un monitoraggio di questo tipo, nonostante la Direttiva europea 54 prevedesse l’istituzione di “una Agenzia pubblica indipendente e dotata di terzietà rispetto all’esecutivo”, che non ha mai visto la luce.

Per premiare amministrazioni e aziende virtuose il Comitato Pari o Dispare utilizzerà un sistema che si collega a una festività appena passata, quella della Befana: “Ai premiati daremo una moneta di cioccolata, e a chi discrimina le donne del carbone di zucchero”. La prima moneta di cioccolato è stata assegnata stamane nella sede dell’Enciclopedia Italiana a Susanna Cenni, parlamentare senese del Pd che in qualità di assessore alle Pari Opportunità della Regione Toscana ha promosso una legge che si pone “l’obiettivo di rimuovere gli ostacoli verso la parità fra i generi nella vita civile, sociale ed economica regionale, attraverso un’analisi di genere nell’ambito della programmazione, la costituzione di una banca dati dei saperi delle donne e la realizzazione del bilancio di genere (un bilancio che cioè analizzi gli effetti sulla disparità di genere delle leggi finanziarie della Regione, ndr)”.

Mentre il carbone è andato al Cnel (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) o meglio agli enti pubblici e privati e alle istituzioni che ne nominano i consiglieri, scegliendoli nella stragrande maggioranza tra gli uomini. Unica, lodevole eccezione, sottolinea Fiorella Kostoris, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha nominato due donne. Per il resto, dal Consiglio dei ministri alle associazioni che rappresentano i lavoratori autonomi e le associazioni di categoria, le donne non esistono: “Pochissime le eccezioni, come Emma Marcegaglia, nominata dagli industriali, e Renata Polverini, per i sindacati”.

‘Pari o Dispare’ ha deciso di cominciare dal Cnel perché si tratta di un ente che ricopre un ruolo costituzionale nell’ambito del mondo del lavoro. Forse proprio da lì si potrebbe partire per cambiare numeri desolanti: non solo in Italia lavora meno di una donna su due (ma al Sud tale dato precipita sotto il 30 per cento), ma, a parità di qualifica e incarico, “una donna è pagata un quinto in meno di un collega uomo”. Ancora, ricorda il Comitato, “il 20 per cento delle donne lascia il lavoro dopo la nascita del primo figlio” e secondo la classifica di genere redatta dal World Economic Forum l’Italia è al 72° posto per la disparità uomo-donna, al 96° per partecipazione e opportunità nell’economia, all’88° per partecipazione al lavoro, al 91° per reddito da lavoro”.

Se si guarda poi al peso delle donne che lavorano, “nei consigli di amministrazione delle aziende italiane quotate, su 2.753 posizioni solo 174 sono occupate da donne (6 per cento), sono solo 2 le donne rettrici di università e solo 2 le donne direttrici di quotidiano”. Ancora: “Nelle banche, su un campione di 133 istituti di credito, il 70 per cento dei Cda non conta neanche una donna, nessuna donna è amministratore delegato o presidente di banca”.

Eppure, farcela è possibile. “Una carriera di successo è il risultato di vari elementi – osserva Anna Maria Tarantola, da un anno vicedirettore generale della Banca d’Italia – innanzitutto bisogna avere le qualità, coltivarle e avere la grinta di farle valere. Ma poi conta anche avere una rete familiare che possa dare il sostegno necessario, ed essere in un ambiente lavorativo che premi il merito”. “Non bisogna mollare mai: quando venivo a Roma da Treviso per le riunioni dell’Associazione Nazionale Magistrati – ricorda Luisa Napolitano, componente togato del Consiglio Superiore della Magistratura – immancabilmente i colleghi di Roma arrivavano in ritardo e poi mi proponenevano di andare a pranzo. Io ero tentata di mollare, e invece ho ottenuto il tempo continuato, visto che poi avevo l’aereo alle 5”.

“Per me la disparità di genere non è stata a lungo un problema, visto che avevo 20 anni negli anni Ottanta e ho avuto la fortuna di salire su una scala i cui gradini erano stati costruiti da donne come Miriam Mafai – dice il direttore dell’Unità Concita De Gregorio – ma adesso la situazione è molto peggiorata, siamo tornati indietro”. Ma c’è chi invece ha molta fiducia nelle possibilità future delle donne: “Manca davvero poco al crollo delle mura di Gerico”, assicura il direttore di Gioia Raffaella Carretta.

(da La Repubblica)

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