Caro figlio mio, vattene


Questa lettera, del rettore dell’Università Luiss, pubblicata stamattina sulla Repubblica mi ha fatto tornare con la mente all’ottocento e alla prima metà del novecento, quando ai figli si riempiva una valigia di cartone e li si mandava all’estero a cercare fortuna.

E’ una lettera triste, accorata, amara e senza più speranza.

*********

Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti.

Finisci in tempo e bene: molto di più di quello che tua madre ed io ci aspettassimo.

E’ per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta.

Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui si possa stare con orgoglio.

Puoi solo immaginare la sofferenza con cui ti dico queste cose e la preoccupazione per un futuro che finirà con lo spezzare le dolci consuetudini del nostro vivere uniti, come è avvenuto per tutti questi lunghi anni. Ma non posso, onestamente, nascondere quello che ho lungamente meditato. Ti conosco abbastanza per sapere quanto sia forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai risultati, il sentimento degli amici da tenere insieme, buoni e meno buoni che siano. E, ancora, l’idea che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro che incontrerai.
Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l’affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.

Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all’attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. E’ anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l’Alitalia non si metta in testa di fare l’azienda seria chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell’orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà. E d’altra parte, come potrebbe essere diversamente, se questo è l’unico Paese in cui una compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata privatizzata regalandole il Monopolio, e così costringendo i suoi vertici alla paralisi di fronte a dipendenti che non crederanno mai più di essere a rischio.


Credimi, se ti guardi intorno e se giri un po’, non troverai molte ragioni per rincuorarti. Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato – per ragioni intuibili – con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility. Non varrà nulla avere la fedina immacolata, se ci sono ragioni sufficienti che lavorano su altri terreni, in grado di spingerti a incarichi delicati, magari critici per i destini industriali del Paese. Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico. Potrei continuare all’infinito, annoiandoti e deprimendomi.

Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell’estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni.

Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.Adesso che ti ho detto quanto avrei voluto evitare con tutte le mie forze, io lo so, lo prevedo, quello che vorresti rispondermi. Ti conosco e ti voglio bene anche per questo. Mi dirai che è tutto vero, che le cose stanno proprio così, che anche a te fanno schifo, ma che tu, proprio per questo, non gliela darai vinta. Tutto qui. E non so, credimi, se preoccuparmi di più per questa tua ostinazione, o rallegrarmi per aver trovato il modo di non deludermi, assecondando le mie amarezze.

Preparati comunque a soffrire.

Con affetto,
tuo padre

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6 risposte a Caro figlio mio, vattene

  1. osare ha detto:

    Celli fa parte di quell'”Italia bella e inutile […] dei dinosauri da distruggere”.

    Soltanto lo stolto guarda il dito anzichè la direzione che indica, tuttavia per comprendere le parole di chi scrive bisogna parlare proprio del proprietario della penna.

    Un esercizio di scrittura retorica: nulla più.

    • silvanascricci ha detto:

      La lettera di Celli, però, racconta una realtà vera.
      Posso capire che il rettore della Luiss sia in una situazione privilegiata; ma a maggior ragione chi non vuole prendere atto della situazione italiana nel lavoro e nell’istruzione per le persone giovani è davvero colui che guarda il dito e non la luna.
      Grazie della visita e del commento.
      Silvana

  2. cescocesto ha detto:

    sarà pur vero che il figlio del direttore della Luiss corre un minor rischio di rimanere disoccupato del figlio del’operaio, ma è comunque una presa di coscienza forte, che avrebbe dovuto aprire un dibattito nel mondo politico che, come al solito, non si è aperto.

  3. Marinella da Durban R.S.A. ha detto:

    Una lettera molto cruda ma realistica nel complesso, mio marito ed io abbiamo deciso di vivere la nostra vita in giro per il mondo onde evitare di dover dire ai nostri futuri (1992) figli la stessa cosa del rettore della Luis.
    Un abbraccio a Silvana

  4. uni pubblica ha detto:

    parole vere, ma dette dal rettore di una università privata lasciano il tempo che trovano.
    il merito?? a 7000 euro l’anno, è questo il valore del merito caro rettore??

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