Ipazia e le altre donne pensanti


Ho trovato questo bellissimo post su un blog particolarmente interessanteilnuovomondodigalatea.wordpress.com

Parla di una donna, Ipazia, filosofa e matematica, nata e vissuta nella 2° metà del IV secolo ma rappresenta la condizione della donna nei secoli e, ancora ai giorni nostri.

Ci sono donne che, a quanto pare, rompono i coglioni anche da morte. Sì, rompono proprio i coglioni: non si può usare altri termini, ché definirle “scomode” o “controcorrente” non rende appieno il profondo e radicato odio che riescono a suscitare attorno a sé. Quelle donne lì, rompono proprio i coglioni. Anche se non fanno niente, per il solo fatto di esistere e di essere così come sono. Che poi, così come sono, a non far niente oltre che esistere non sono capaci, e quindi rompono i coglioni ancor di più.

Ecco, Ipazia doveva essere proprio una di quelle. Una donna. Nel mondo antico, dove, per quanto la mentalità fosse un po’ più aperta di quanto sarà nel medioevo, non è che poi nascere donna fosse ’sto ballo di carnevale. Greca, di origine. E anche lì, bella roba. Perché i Greci erano tanto democratici in tutto, quando si parlava di uomini, ma le loro donne, al contrario dei Romani, le avevano sempre tenute, per quanto possibile, sepolte all’interno dei ginecei, a filare pepli per le Atene di turno.

Siccome donna e greca non le bastava, Ipazia divenne, in prima battuta, matematica. Cioè una donna che pretende di occuparsi di numeri e teoremi, campi che ancor oggi, quando nel nostro secolo illuminatissimo sono giudicati interessanti da qualche fanciulla, la fanciullina in oggetto viene guardata strana, perché si sa che le donne e i calcoli non quagliano, e l’unica possibile applicazione della matematica per una donna è contare gli spicci nel portafoglio per capire se può comprare subito o meno il favoloso maglioncino che ha visto in vetrina.

Vabbe’, in lei lo si poteva scusare, forse, quell’interesse peregrino, perché il babbo Teone era matematico anche lui, ad Alessandria. Si fosse limitata a fargli da segretaria, ricopiando qualche teorema qui e là, chiosando le sue chiose, la passioncella per la matematica gliela avrebbero perdonata. Però Ipazia, che comincia come collaboratrice del padre, subito si dimostra qualcosa di più di una figlia devota che porta al babbo una tisana mentre quello si affanna sui libri e tiene in ordine i papiri degli appunti: il papà chiarisce, nell’incipit del suo commentario a Tolomeo, che il saggio è stato controllato punto per punto dalla figlia, la filosofa Ipazia. Il che lascia capire che, dei due, quella che aveva una conoscenza più approfondita della matematica pura e delle sue implicazioni teoretiche e filosofiche era Ipazia, e non il padre. Insomma, era lei che veniva chiamata in aiuto da lui, per avere conforto e consulenza.

Difatti Ipazia studia geometria piana ed astronomia, probabilmente getta le basi per la costruzione di un più moderno astrolabio (che sarà realizzato dal suo allievo più caro, Sinesio di Cirene), e, in virtù del suo prestigio, diviene ben presto nome di punta e probabilmente anche vera e propria direttrice della scuola di Alessandria, istituzione erede, anche se appannata, del Museo fondato dai Tolomei come tempio di ogni sapere. Oltre alla cattedra di matematica, insegna anche filosofia, seguendo la corrente neoplatonica fondata da Plotino: quella teoria che ipotizzava una Luce che si espanda piano piano, e, corrompendosi ed appesantendosi, si trasformi in materia: non è proprio la E=mc² di Einstenin, però qualche latente influsso su Einstein stesso da parte di queste teorie, molti secoli dopo, è stato ipotizzato.

Eh, già immaginarla così, unica donna in mezzo ad una consorteria di eruditi, che tiene lezioni di filosofia e matematica nella più prestigiosa scuola di alta formazione del mondo antico, altro che giramenti di coglioni doveva provocare in quei maschi che stentavano a far due più due. Anche perché per le provocazioni, Ipazia doveva proprio avere un certo gusto. Intanto, non s’era mai sposata, quindi era donna, matematica, filosofa e per giunta tanto testarda da rifiutare pure quello che era il destino e l’unica funzione del suo sesso, la riproduzione. Poi di matematica e filosofia teneva pubbliche lezioni, cui si poteva accedere liberamente: quindi non solo donna che comandava a bacchetta un nugolo di studiosi, ma personaggio pubblico, che dibatteva a viso aperto, con gli studenti e con chi era interessato a seguirla. Senza paura, senza timore e senza quel pudor femminile che, secondo gli uomini stupidi, spinge le donne ad una naturale ritrosia, ad evitare il pubblico, il confronto anche violento per sostenere a brutto muso le proprie idee.

Sì, una così pare nata apposta per far girare i santissimi e far saltare in un botto tutte le armonie platoniche delle sfere. Ma non pensiamola come una femminista invasata. Da quel poco che le fonti lasciano capire di lei, non è proprio questo il ritratto che se ne tira fuori. Per gestire per anni una struttura come l’antico Museo, e far filare d’accordo, se non d’amore, intellettuali di più discipline, bizzosi ed egocentrici come sempre i professori sanno essere, ci vuole capacità di coordinamento, mediazione, nonché pazienza ed autorevolezza. Una menade o una sventata non sarebbero durate due giorni. Lei invece dura, e al lungo. Non solo: in una città come Alessandria d’Egitto, che è da sempre una miscela sul punto di esplodere per i continui conflitti fra i gruppi etnici e religiosi, diviene una figura di riferimento. È una pagana, Ipazia. In un periodo in cui non è più conveniente esserlo, non è conveniente per nulla. Dopo Costantino, i Cristiani, non più perseguitati, ci han messo poco ad impadronirsi di tutte le leve del potere, e passare in fretta da discriminati in discriminatori. Ad Alessandria hanno combinato macelli: il vescovo Teofilo ha fatto di tutto per far chiudere i templi pagani, ne ha depredato gli arredi, non perde occasione per provocare i pagani, esponendo persino in pubblico le suppellettili trafugate dai loro santuari. Ipazia si muove con una buona dose di sangue freddo in mezzo ad una situazione che può degenerare per ogni nonnulla: fa parte di quella corrente politica che si batte perché la cultura tradizionale greca, pagana, possa continuare ad essere conservata e salvaguardata. Pagani e Cristiani possono secondo lei convivere, perché la religione a cui ciascuno aderisce è un fatto personale, che non deve creare intoppi o problemi al vivere pubblico. È una laica, insomma, vuole essere lasciata libera di credere e non credere in ciò che vuole, ed è disposta a concedere a tutti la stessa libertà. Difatti fra i suoi allievi quello a lei più vicino è Sinesio, che sarà cristiano e diverrà persino vescovo, sempre mantenendo però il massimo rispetto e quasi una forma di devozione nei confronti della sua Maestra.

Ma te lo vedi Cirillo, succeduto a Teofilo come vescovo di Alessandria, a sopportare una donna del genere come avversaria? Una che non urla, non strepita, ma discute? Argomenta, la stronza, e non si riesce ad incastrarla, perché la ragione, ahimè, è roba sua. Quanto la deve odiare, Cirillo. Ipazia è tutto ciò che lui detesta: una mente pensante, che non si fa intimorire; una studiosa, che pretende di indagare i misteri della Natura invece che crederli semplicemente imperscrutabili disegni divini; una donna, che non vuole starsene al posto assegnato, secondo visione di tutti i bigotti, alla donna nel creato: rifiuta assieme, insomma, Dio e di obbedire. Una bestemmia vivente.

Dalla sua Cirillo aveva Elia Pulcheria, che invece era una di quelle donne che parevano una stampa ed una figura con i desideri dei cristiani: per non finire sposata a qualche barbaro aveva fatto voto di verginità, perché in quel caso la religione era un ottimo mezzo per evitare di essere allontanata dal potere; bigotta e intrigante, tanto s’era prodigata da riuscire a far convertire il fratello Teodosio al cristianesimo, e anche la di lui moglie; subito dopo lo aveva convinto a scacciare da tutti gli impieghi pubblici i pagani; lo spinse poi a bandire gli Ebrei da Costantinopoli e confiscar loro le sinagoghe.

Due donne, l’una l’opposta dell’altra, si ritrovano a fronteggiarsi, infine: l’una con attorno i pagani, intimoriti, spaventati, ma non domi; l’altra Cirillo e i suoi cristiani oltranzisti, che possono contare una schiera di monaci fanatici. Sono loro, i monaci, che risolvono alla fine il problema per le spicce. Sono una muta di invasati, che vedono con sospetto tutte le arti e tutte le scienze, perché, come tutti i fanatici, le pensano emanazioni del maligno; figurarsi se poi queste vengono esercitate da una donna, e da una donna come Ipazia, sfrontata, ancora giovane, probabilmente piacente, e orgogliosa. Una donna che pretende di usare la ragionevolezza per contestare i voleri di Dio e quelli della pia Pulcheria che da Dio è direttamente ispirata, per mezzo di Cirillo, vescovo, futuro santo e suo consigliere.

La aspettano una sera, i monaci, mentre torna a casa. É notte. Le vie di Alessandria sono vicoli oscuri, pieni di ombre. Fermano la lettiga, la trascinano giù per i capelli, la sbattono sul selciato. E poi le si buttano addosso armati di pietre e di cocci di vaso acuminato. Non la uccidono, la macellano. Usano gli ostraca, i cocci appuntiti, come dei macete: la fanno a pezzi, strappandole le carni dalle ossa mentre è ancora viva, scavandole gli occhi via dalle orbite, mentre, dicono i testimoni, ancora respira. Poi, non contenti, prendono quello che resta del suo cadavere e lo portano in giro per la città, come un trofeo, per bruciarlo e disperderne le ceneri maledette. È una furia belluina, senza freno: non le perdonano l’essere stata pagana e l’essere stata donna, il suo aver infranto tutte le abitudini e le convenzioni. Vogliono punire quell’orgoglio che le ha fatto credere di potersi comportare non come una femmina ma come un essere umano pensante, in un’epoca in cui pensare autonomamente era pericoloso anche per un maschio. È il branco che sbrana chi osa ribellarsi alla sua legge, perché una donna così fa girare i coglioni, una donna così non ha il diritto di vivere.

Muore male, Ipazia. Difficile immaginare morti più violente, senza dignità, morti peggiori. L’inchiesta che viene aperta, è chiusa in fretta: Elia Pulcheria copre ciò che può, limitandosi a porre i monaci sotto il suo diretto controllo, un modo per dire grazie, ma adesso zitti, che sennò la faccia ce la perdo davvero; Cirillo nega di essere coinvolto, anche se l’ombra del dubbio gli rimane appiccicata per sempre; Sinesio è sconvolto, ma, lontano nella sua Cirene, nulla può se non piangere in silenzio.

Di Ipazia non si parlerà più per secoli. Il suo nome è noto solo agli addetti ai lavori, filosofi, storici del mondo antico. Il grande pubblico poco sa di lei ed ignora sia la sua esistenza che la sua morte. Oddio, potrebbe saperne di più, se in Italia venisse finalmente distribuito un film dello spagnolo Alejandro Amenábar, che narra la sua vicenda. Ma il film in Italia non trova un distributore, nonostante in Spagna sia già campione di incassi e altrove sia stato presentato in numerosi festival, sempre ottenendo buone accoglienze. Si dice e si sussurra che dietro alla mancata diffusione ci sia una certa insofferenza del Vaticano nel vedere spiattellata così la condotta di due santi, Cirillo e Elia Pulcheria, nonché dei monaci alessandrini assassini e linciatori: potrebbero sconvolgere il pubblico, questi ritratti poco edificanti di un vescovo e del suo entourage: siamo un paese dove i preti sullo schermo sono sempre o dei Don Camillo e o dei Don Matteo. E dove le donne come Ipazia faticano ad essere considerate eroine. Sono donne che fanno girare i coglioni, ma tanto, e anche quando sono morte da secoli, sì.

11 pensieri su “Ipazia e le altre donne pensanti

  1. Ciao Silvana. Grazie per il bellissimo post.Mi sono arricchito di una nuova esperienza e di maggiore cultura. Non conoscevo questa DONNA “che rompe ancora i…” dopo tanti secoli, avendo fatto studi tecnici, ma la sua storia mi ha affascinato (e disgustato per la fine che “monaci pazzi e dementi” le risevarono). Proporrei- se potessi- di ravvivare la sua memoria e di santificarla perfino! Un abbraccio. Antonio.

  2. E’ vero nella storia e ancora oggi le donne che pensano danno fastidio.
    La caccia alle streghe, anche se con altre forme, continua ancora oggi.
    M.G

  3. Grazie, cara Silvana: è una storia interessantissima, e l’hai raccontata e commentata molto bene.
    Che dire di più?
    Che di Pulcherie, ma soprattutto di Porcherie, siamo oggi più che mai pieni.
    E che l’insofferenza per il diverso e il non allineato, soprattutto se armato solo della sua dignità, o magari neanche di quella, è oggi più che mai violenta.
    E che la razionalità della scienza è oggi più che mai combattuta.
    E che di donne che rompano i coglioni c’è più che mai bisogno.
    Fino a conquistare le giuste posizioni di un potere, che per loro natura gestirebbero per la salvaguardia del genere umano, molto di più di quanto abbiamo fatto fin qui noi uomini, stupidi cacciatori violenti.

    Un saluto e un abbraccio.
    Franz

  4. Grazie per la citazione del mio post.
    Quanto a fare Ipazia santa, come propone uno dei commentatori..poveretta, penso che lei si offenderebbe. Visto che si troverebbe in compagnia di Cirillo e di Pulcheria. Poveraccia, non ce la vedo proprio a doverseli trovare accando anche nell’aldilà. 🙂

    1. Cara Galatea la citazione era dovuta; concordo in pieno con il tuo commento.
      La povera Ipazia si rivolterebbe nella tomba nel sapere di essere accomunata a questi personaggi.
      Mazziata, ma anche cornuta….
      Grazie del commento
      Silvana

  5. Lungi da me l’idea di farla soffrire anche nell’al di là, povera Ipazia, ma credo che anche il paradiso abbia degli scompartimenti e dei distinguo tra santi e santi. Comunque la mia voleva essere solo un’esagerazione ed un attestato di Stima e di “santificazione laica” per l’ammirevole Ipazia. Se ce ne fosse un’altra andrei a baciarle i piedi e le mani. Saluti. Antonio.

  6. ciao,
    sono capitata qui cercando “donne pensanti” e ho trovato questo post davvero bello, su un personaggio che non conoscevo. Se ti va di unirti a noi, stiamo cercando di portare avanti azioni concrete di donne pensanti per contrastare il modello merceologico e univoco di femminile proposto e metabolizzato oggi in Italia. La storia di Ipazia sarebbe da raccontare anche lì. se ti va ti lascio i dati. Intanto complimenti per il blog
    ciao

    panzallaria

    donnepensanti.ning.com
    http://www.donnepensanti.net

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