Le parole non le portano le cicogne


vecchioni2

Questo post è veramente da maniaci, ma si sa che lo sono veramente e da tanto tanto tanto tempo, forse da quando ho memoria di me.

Lo consiglio solo a chi è assolutamente fanatico, altrimenti lasciate perdere…

La società di oggi, come dicono i greci, è catabolica, cioè appagata, conservante, conservatrice, non permette voli pindarici, taglia le ali agli slanci, si chiude in se stessa e difende quello che ha. D’altronde noi non siamo soltanto uomini sociali. Certo che dobbiamo vivere con la burocrazia, con le gerarchie con le tasse, con gli avvocati. Ma abbiamo anche una bella porzione di esistenza dentro la quale possiamo muoverci, e che non è tutto ciò. Abbiamo quindi la possibilità di ribellarci a questa condizione, o di parlare con altri accenti e con altra poesia.

Tu.

Tu mi fai battere il cuore.

Tu mi concedi il posto, il tempo, la rivincita.


Tue sono le mani che vengono da lontano, il passato infinito, la prova del mondo.

Tuo il batter di ciglio, il presente, l’attimo di quel tuo volto così bello da guardare.


Tuo il miracolo di farmi restare insieme a quella che ero e che sarò, camminare spiagge e non deserti e chiedermi sempre che mare vedrò.


Questo foglio d’attesa lasciato lì, non voltato per non leggere subito e consumare:

questa penna tra i denti a pensarti fra un college e l’altro, fra una ricerca e un panino:

questa voglia, quest’orgasmo solo attutito e silenzioso nel resto del giorno, nel giorno che non ti vedo e non conta.

Tuo è il ritorno a far grande una stanza di fiori comprati o rabbie o sussurri: tua la linea di fumo che spegni e riaccendi e mi indica dove:

l’invariabile odore degli anni che sommano agli anni l’amore impossibile a dirsi in un giorno.


Ho imparato alfabeti che nemmeno pensavo e ho riempito le ansie con quella lentezza di vivere che ci siamo scambiati.


Non sapevo e credevo di conoscerlo, il sentimento, ma ne tenevo un capo, un’ombra, un limite: ora lo so e mi è intero negli occhi, nelle vene.

E tu mi fai battere il cuore.

__________________

Ne ho aspettate canzoni,

ne ho aspettate di cicogne

che nascessero fuori o dentro il cuore;

ed erano i miei figli beduini,

venuti ad assomigliarmi

in parole d’amore.

Le canzoni hanno fame,

hanno freddo le cicogne

e il bambino ha lo sguardo troppo stanco;

e mai fu lungo un bacio

o breve un viaggio, o ingannato la memoria

del suo dolore al fianco.

Com’era bello, quella sera,

il tuo vestito giallo

com’eri bella tu…

Mi sembra quasi di toccarlo.

Sai, vorrei tornare indietro

e riverti lì

mi basterebbe solo stringerlo di più,

perchè non c’ero,

non ci sono stato mai tutti quei giorni

che mi hai amato solo tu.

E vorrei dirti cose come “Vita mia”,

stronzate assurde tipo “Fammi compagnia”,

e che son solo

e so che pure tu lo sei,

vorrei, vorrei…

vederti giovane vorrei.

Ho cantato da solo

questa vita per mestiere

per due lacrime

perse in un bicchiere…

E intanto se ne andavano i tuoi occhi

e la fantasia che accende

l’orlo delle tue mutande…

Com’eri bella, quella sera, Daria:

com’è lontana quella sera…

Sai vorrei tornare indietro

e non lasciarti mai;

mi basterebbe

solo stringerti di più,

per tutti i giorni che non c’eri mai,

per tutti i giorni

che mi hai amato solo tu.

Sarai la sera

quando non mi perderò,

la rabbia vera

di un pensiero che non ho,

l’ombra che scende per dimenticare me,

la ninna nanna

di un dolore che non c’è.

La Storia farà sciempio

d’uomini e parole,

gli uomini non saranno più

frasi d’amore,

ma nel continuo disperarci che c’è in noi

io so per sempre che tu ci sei.

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