Olimpiadi – Atene 2004


Lo so che sono fuori tempo, del resto mi piace non seguire i tempi e i metodi del branco.

Voglio riportare una lettera scritta in un giornale, una lettera molto bella che solo per le olimpiadi in Grecia poteva essere scritta, mai lo sarà per quelle di Pechino.

Ciao mondo e dicci grazie, siamo il Sud che alza la testa

Guardateci bene, voi che non ci avevate creduto.

Venite vicino a questo stadio, entrate nell’astronave bianca che si apre.

Ancora più vicino, non abbiate paura: veniteci dentro.

Ecco bravi, così, passate sotto la fiaccola accesa, non fermatevi seguite la musica.

Entrate in questo campo di grano.

Sentite le parole che dicono “dio ci consenta di essere sempre capaci di danzare in cerchio”, è un nostro poeta.

Guardateci danzare, vi piace?

Sono le nostre danze.

E questo è il nostro cielo, questa notte tiepida.

Questa maliconia la nostra amica, questa insonnia la nostra unica cura.

Ora ci vedi bene, mondo, ci vedi da vicino.

La nostra gente ti saluta.

Ti ha aperto la casa per un mese intero, la conosci.

Guardaci ancora, prima di ripartire.

Siamo noi, eccoci qui: siamo la Grecia.

Siamo quelli che non ci credeva nessuno, al principio.

Siamo quelli del Sud che fanno tardi e poi arrivano di corsa: come farete voi così confusi e lenti?, dicevate voi del Nord, e ridevate dubitando.

Come farà la Grecia che è così piccola, e polverosa e povera a preparare case e strade per tutti? Faremo.

“May the dances last forever”, suona la musica adesso, qui nello stadio meraviglioso che Calatrava ha disegnato per noi.

Che la danza non si fermi mai.

Siete tranquilli, vi sentite sicuri?

Avete visto, non c’è stato bisogno degli uomini neri venuti con le armi dall’America per proteggervi tutti: avevate così tanta paura, del terrorismo delle bombe delle stragi, ma era perchè non ci conoscevate bene, voi che qui ci venite in vacanza d’estate, con un pareo e una guida che traduce il  nostro alfabeto.

Noi siamo il Sud e siamo l’Est.

Noi degli arabi siamo i vicini, e non abbiamo uomini in guerra con loro.

Le nostre truppe sono a casa, i nostri politici sono accorti.

Era sbagliato aver paura, qui, avete visto?

Ora guarda tutte queste bandiere, mondo: sono le tue.

Guarda questa mezzaluna che facciamo scendere dal cielo, e le stelle che abbiamo fatte accendere per te.

E’ vero.

C’erano stadi vuoti al principio: ma sarai d’accordo che sono gli stadi più belli del mondo.

Erano vuoti perchè la gente era in vacanza, a ferragosto, e un po’ perchè l’avevi tanto spaventata coi tuoi incubi.

Noi non abbiamo incubi, la notte: stiamo svegli, beviamo, fumiamo, facciamo l’amore.

Quando siamo tornati a casa abbiamo riempito gli stadi e le piste, hai visto?, guarda quanti siamo adesso e’ qui: decine di migliaia.

E’ vero.

Abbiamo fischiato l’America.

Poco, al principio, al galà di apertura, poi più forte per strada quando ci avete detto: “arriva Colin Powell” e fortissimo qua dentro quella sera che doveva correre Kenteris, il nostro eroe, e invece la parte dei padroni l’avete fatta voi, anzi loro.

L’America.

Noi non amiamo gli americani; noi siamo nati già vecchi, con la polvere bianca della storia che lascia la sua impronta sui nostri pensieri e i nostri dubbi, loro sempre così giovani, giovani e a volte prepotenti.

E’ vero, abbiamo applaudito gli afgani e i palestinesi e gli iracheni: sono un sud anche loro, e sono gli ultimi, un po’ ci somigliano.

E’ vero abbiamo applaudito i francesi, i tedeschi, gli italiani, loro sono l’Europa, siamo noi.

Ed è vero anche che non far correre Kenteris è stato giusto, alla fine, se non aveva rispettato le regole.

Il doping, sì.

E’ stata l’olimpiade delle droghe, la nostra, e per questo la ricorderete: ventiquattro casi, un record, la medaglia più brutta.

Ma nessuno potrà dire che è cominciato qui, le droghe c’erano anche prima noi le abbiamo imparate.

Le abbiamo usate, certo, e ci avete puniti: avete eliminato dalle gare i nostri eroi, ci avete tolto le medaglie già vinte ma anche gli altri però, anche voi baravate avete barato persino sul sacro suolo di Olimpia.

Tutti.

E allora che sia il principio questo di una stagione nuova: si ricominci daccapo.

“Unforgettable dream games” dice Rogge il belga padrone dello sport.

Giochi da sogno.

“Cari amici greci, avete vinto”

Avete ragione.

Sentite la nostra musica, stasera.

Guardate volare i nostri palloni d’argento.

E’ stato bello la notte avervi qui.

I ragazzi per la strada – i nostri e i vostri – stavano avvolti nelle loro bandiere fino alle cinque, nella taverne della Plaka.

Siamo stati felici di conoscervi.

Vi abbiamo molto amati.

Vi abbiamo preparato strade e ponti e metropolitane e villaggi.

Abbiamo pagato dieci milioni di euro, e non li avevamo e ci costeranno cari.

Alla Grecia, dopo resteranno solo i debiti”, dicono con l’ouzo nei bicchieri i nostri vecchi.

Li pagheremo.

Ci resteranno velodromi e campi di tiro da rimanere a bocca aperta e che nessuno userà più non sapremo cosa farne, pazienza.

Li venderemo, li affitteremo.

Li abbiamo fatti per voi.

Ci resterà una città più bella, però, anche.

Di questo grazie.

“Hellas”, grida lo stadio in piedi.

Grecia, sì.

Guardate questo bambino che sale su fino alla fiaccola, ora.

Crescerà, e cresceranno tutti.

Abbiamo anche sbagliato qualche volta.

Stasera, per esempio, mentre i maratoneti arrivavano nel nostro vecchio stadio – quello bianco di pietra, quello antico in città – c’è stato un pazzo che è entrato in pista.

Peccato.

Un errore così nell’ultima corsa la più importante, la più bella di tutte qui ad Atene.

Eravamo stanchi, abbiamo aperto le maglie proprio all’ultimo.

Abbiate pazienza, succede.

Non ricordateci solo per questo.

Ricordate Baldini l’italiano sul podio che canta e che ride.

Ecco, la cerimonia è finita.

Quello sullo schermo è il Partenone, siamo noi, quest’altro è il Tempio del Cielo.

Ci rivedremo a Pechino.

Noi non verremo tutti: saremo in pochi, anzi, pochissimi rispetto a voi che siete il mondo.

Però siamo fieri di avervi avuti qui, e stasera anche tristi.

Stanchi, abbiamo ogni pietra che ci pesa millenni, e tristi di vedervi andare via.

Non c’è rimedio per una storia che finisce.

Non si ferma, se ne va.

Allora ecco cosa vi abbiamo preparato per l’ultima notte: lacrime.

Migliaia di luci disegnate come gocce, una per ciascuno di voi: migliaia di lacrime che lampeggiano, per piangere insieme.

Lasciate che vi spieghiamo una cosa, noi che siamo così ricchi così poveri, noi che abbiamo attraversato la storia.

E’ bellissimo anche essere stanchi e tristi, quando si sa piangere insieme.

Illumina le tue lacrime, mondo: esibiscile come una corona non averne vergogna.

Solo gli uomi e gli eroi sanno piangere.

La Grecia ti saluta.

(Concita De Gregorio)

Volevo, appunto, far notare la differenza tra le ultime due edizioni delle olimpiadi dell’era moderna.

E non serve, da europea che sa nella pelle e nelle ossa che da quella storia, da quella vita noi nasciamo, che dica quale parte sento mia e a quale parte vadano i miei sentimenti.

Atene 2004

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