Keith Jarrett, le notti di maggio e i danni…


The Koln Concert
(solo 10 min. ma li vale in ogni secondo)

Questo pezzo di Keith Jarrett, non ha una stretta attinenza con il mio mese, se non perchè ho sentito questo brano, assolutamente magico e straordinario, per la prima volta in una notte di maggio; parecchi anni fa.
Una notte che per assonanza di situazioni, di immagini e di suoni mi allaccia la mente a queste parole…

“C’è un paesaggio interiore, una geografia dell’anima, ne cerchiamo gli elementi per tutta la vita.
Chi è tanto fortunato da incontrarlo, scivola come acqua sopra un sasso, fino ai suoi fluidi contorni, ed è a casa.
Alcuni lo trovano nel luogo di nascita; altri possono andarsene, bruciati, da una città di mare e scoprirsi ristorati nel deserto.
Ci sono quelli nati in campagne collinose che si sentono veramente a loro agio solo nell’intensa ed indaffarata solitudine della città.
Per qualcuno è la ricerca dell’impronta di un altro; un figlio o una madre, un nonno od un fratello, un innamorato, un marito, una moglie o un nemico.
Possiamo vivere la nostra vita nella gioia o nell’infelicità, baciati dal successo o insoddisfatti, amati o no, senza mai sentirci raggelare dalla sorpresa di un riconoscimento, senza patire mai lo strazio risolto del ferro ritorto che si sfila dalla nostra anima, e trovare finalmente il nostro posto.
Sono stata al capezzale dei morenti, che guardavano perplessi il dolore dei familiari mentre lasciavano un mondo dove non si erano mai sentiti a casa propria.
Ho visto uomini piangere più sconsolatamente della morte del fratello, la cui esistenza si era un tempo intrecciata alla loro, che alla morte del figlio.
Ho visto diventare madri spose che solo una volta, tanto tempo fa, erano raggianti sul ginocchio dello zio.
E ho fatto molta strada, in vita mia, procacciandomi compagni amati e sconosciuti; abile dissimulatrice, ho smussato in silenzio e con dolcezza gli spigoli del mio carattere.
Ho nascosto l’imbarazzo e la pena con cui tendevo al disegno prescelto; e mi sono sforzata di essere ciò che coloro che amavo si aspettavano da me: una buona moglie, una buona madre e una buona figliola.”
*****
“Ora vesto di scuro, e porto spesso occhiali neri.
Trovo che tutti colori mi feriscono.
Ho un bagaglio leggerissimo per la mia breve vacanza.
Francia, anche questa volta.
L’aeroporto è orribile, affollato, pittoresco e rumoroso.
Giro l’angolo. Tutto tace. Mi sembra che l’altra gente si muova improvvisamente al rallentatore.
Compare davanti a me.
Avanza verso di me.
Mi toglie gli occhiali neri.
Guarda dentro e oltre di me come se volesse strapparsi per sempre da me.
Lotta in silenzio per la parte di lui che serbo ancora.
E’ onnipotente.
Questa è una ripresa di possesso.
Il mio corpo sembra piegarsi su se stesso, diventare uno spillo o una canzone, un suono così acuto, così sottile, da frantumare ossa e lacerare muscoli.
So che mi hanno strappato il cuore.
Si sta disintegrando. Cado in ginocchio.
E’ un atto di dichiarazione e di resa.
I suoi colori da giardino d’estate sono acido gettato nei miei occhi.
Mentre muoio, forse anni prima che il meccanismo del mio corpo si arrenda, mormoro a me stessa e a quelle facce mute in corridoio: almeno adesso sono certa della verità.
Per quelli di voi che dubitano: questa è una storia d’amore.
E’ finita.
Altre saranno più fortunate.
Auguro a loro ogni bene.”

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