La donna della sera

Questa vecchia canzone (1994) scritta da Vecchioni proposta a Branduardi è una delle più belle canzoni d’amore scritte.

Per non parlare poi del fatto che si parla di  una donna decisamente non giovane. E allora? Eccesso di testosterone? Niente affatto: Ci troviamo di fronte, appunto, ad una delle più belle canzoni d’amore mai scritte.

“Una tua ruga bella di stanchezza di più m’intriga della giovinezza…” Il fascino della donna vissuta, la donna che finalmente diventa compagna, colei che porta i segni delle vicissitudini, il suo bagaglio di esperienze: “Meglio la tuapelle, arata terra, di quella liscia di una giovincella…“.

C’è quasi un ammirato stupore nel descrivere la compagna, cui fascino la trasforma in oggetto di desiderio che siamo abituati a vedere solo nelle donne giovani e belle, si avverte desiderio e quindi passione: “ C’é nell’inverno tuo quel chel’estate non ha; caldo l’autunno tuo più dell’altrui primavera.”

Questo è un caso più unico che raro in cui finalmente si esalta una femminilità senza i soliti stereotipi, si esalta la personalità di chi ha qualcosa da dire ed insegnare prescindendo dalle apparenze:“ Vince la rosa che mi mostri intera su quella chiusa prima della sera”.

Geniale.

Oltrettutto l’abbinamento di un testo particolare alle immagini, altrettanto particolari, della “Sposa cadavere” di Tim Burton si esaltano vicendevolmente.

Prima mai, ora sempre

Stamattina sono andata al solito bar a fare colazione, mentre leggevo il giornale locale, tra un morso alla brioche e un sorso di capuccino partono le note di Luci a S. Siro di Vecchioni.

Ieri pomeriggio, mentre ero al supermercato tra la frutta ed il pane sento la canzone di Vecchioni.

Ieri l’altro, in centro, in un negozio di abbigliamento dove si intruppano ragazzini, odo la melodia della canzone di Vecchioni.

E’ diventata un tormentone, la sento ovunque, la orecchio dappertutto.

Che uno come Vecchioni vada a Sanremo non mi da alcun fastidio e neppure un poco mi scandalizza, sebbene fossi un poco perplessa sulla scelta, ed è anche giusto che uno come lui provi a sdoganare canzoni non propriamente commerciali; potrebbe anche considerarsi come un atto di umiltà, una messa in gioco di se stessi, un scendere dagli altari.

La promozione della canzone vincitrice di un sanremo credo sia prevista dai contratti ed allora mi va bene anche vedere Roberto in qualunque trasmssione musicale; ci sta pure che vada all’Infedele di Gad Lerner a parlare di stati dittatoriali, di democrazia ferita, lo ha sempre fatto nelle università, nelle scuole e nei concerti.

Ma a Ballando con le Stelle, no!

Che cazzo c’entra con prove di ballo e varietà che niente hanno a che vedere con la musica, con la canzone o con l’impegno uno come lui, uno che scrive della Bellezza, di Alessandro, di Rimbaud e Verlaine, di cose perdute e ritrovate, del sogno, delle emozioni e della vita con un linguaggio ironico, favolistico e mitologico?

Io capisco anche l’euforia di essere cercati, lo stordimento da notorietà nazionale mai provata prima, ci metto pure un sano senso di divertimento e di cazzeggio senile, ma chiedo a Roberto di non esagerare, di non passare il labile confine tra la popolarità, meritata e conquistata tardivamente, con il successo mediatico e superficiale.

Non lo dico per snobismo; lo dico perchè di quest’uomo amo tutto.

Amo le sue parole, amo le sue idee, mi piace persino il suo aspetto fisico (sebbene adone non sia, e non sia stato mai), mi piace il suo incedere timido, mi piacciono le sue labbra strette, mi piace ogni solco profondo del suo viso, amo quando si commuove parlando di Pessoa, amo quando sorridendo alza leggermente il sopracciglio.

Amo la sua capacità di creare visioni, di illuminare emozioni con le sue parole, amo la sua voce che regala suggestioni, che tocca le corde della mia emozione.

Perchè io, quando di un uomo amo le sue parole amo tutto.

E proprio per tutto questo, anche se pure nelle trasmissioni più sceme non pronuncia mai banalità, dico: Roberto,goditela ma poi fermati.

P.S

questo post l’ho scritto ieri pomeriggio prima di vedere il suo pezzo di trasmissione e guardandolo mi sono venute in mente due associazioni: per la prima ho pensato a Gustav von Aschenbach, per la seconda ho pensato a Immanuel Rath.

La prima associazione gli piacerà la seconda non credo; ma se Vecchioni, in televisione il sabato sera, suscita simili associazioni forse ne è valsa la pena.

Se ha da morì, facciamo che avvenga in fretta

Lo spunto per questo post mi è venuto ieri sera da un’amabile chiaccherata con la ragazza con la valigia e si è rafforzato leggendo questo post della suddetta ragazza.

Non voglio entrare tanto nel merito dell’argomento amore e della sua durata e intensità quanto fare un appunto sul modo in cui vengono espressi i sentimenti e non solo quelli.

E’ vero che ogni generazione ha avuto, nella fase giovanile o adolescenziale, uno slang tipico e particolare che serviva, da un lato a riconoscersi come gruppo che necessitava la rottura degli schemi precedenti e, dall’altro, aveva lo scopo di non farsi capire nelle comunicazioni, anche e soprattutto private, dai genitori e dall’autorità costituita.

Era però un linguaggio iniziatico che si limitava ad una precisa fascia di età e veniva abbandonato nel corso degli anni.

Ora, complice il telefonico o facebook, questo tipo di linguaggio si è esteso anche a fasce di età diverse da quella adolescenziale e giovanile; ha perso la sua caratteristica primaria di riconoscimento nel gruppo e del gruppo.

Come è ovvio le lingue si sono sempre e naturalmente evolute, modificate, adattate; tanto che noi, oggi, non parliamo certo nella lingua di Dante o di Manzoni.

Ma in questi tempi contemporanei la lingua italiana non si è evoluta verso nuove forme, piuttosto ha subito un’involuzione e regressione alla primissima infanzia poichè tra “6 l ex d opossum no” e “an cin fon dom” (andiamo domani al cinema a Fornelli – frase che, si dice, io pronunciassi ad un anno e mezzo) ci sono preoccupanti ed allarmanti analogie.

Vecchioni, qualche tempo fa, sosteneva che l’italiano sarà, tra non molto, la più bella delle lingue morte; siccome questa previsione, temo, sarà realtà vorrei che la lingua italiana avesse una morte dignitosa.

Un dolce ma secco colpo di eutanasia anzichè questa lunga e penosa agonia.

Se ha da morì che muoia in fretta.

Noi ci adatteremo e ricorderemo la cara ed estinta lingua nelle sue forme migliori e nelle sue dolci sonorità in pomeriggi ombrosi e tranquilli ai giardinetti.

Le parole come musica di seta

Il libraio stava leggendo. Leggeva per nessuno. Leggeva in una lingua incomprensibile, greco, pensai, ed ebbi un tuffo al cuore. Che voce era, quella? Metteva i brividi, non avevo mai sentito una voce così. Pareva una specie di cantilena, una litania, una preghiera, ma non monotona, non sempre uguale: a tratti il tono s’alzava e restava su per un bel po’; poi all’improvviso scendeva di nuovo, e non c’era quasi distinzione tra parola e parola, non c’era modulazione, ecco sì, modulazione in quel che diceva: era come se cantasse con le parole, senza musica. Io una volta ero stato a teatro, lì gli attori facevano sentire tutte le variazioni: e una volta la voce era gioia, una volta sorpresa, sconcerto, rabbia, delusione. Gli attori piangono, ridono, s’incazzano, giubilano, si dannano l’anima per farti provare quello che secondo loro dice il testo, il libro, la commedia. Lui no. Stavo a sentire e c’era come una forza magnetica, in quella voce. Mi feci trasportare dall’onda.

Incredibilmente come quando entri in un luogo buio e solo un poco alla volta ricominci a vedere le cose, più passava il tempo e più riuscivo a distinguere le parole o quelle che a me sembravano parole. E le trovai bellissime, come se avessero un corpo, una vita, e fossero rivolte a me direttamente. Non capivo il significato, ma mi riempivono di calore; non mi spiegavo niente, ma da quel niente ero affascinato al punto di  non potermi più muovere. Sentivo dentro di tutto, una specie di indigestione e poi subito un sollievo, una voglia di nient’altro, come tra sonno e veglia, un’alba, una cosa come un cielo che si colora a sbalzi  e via le nuvole, via nebbia e foschia, veder tutto fino all’ultimo orizzonte.

fu uno shock, come la luna vista dall’altra parte. A tredici anni, scappato da casa, non potevo decifrare il senso di quella lettura, ci vagavo dentro e basta, cullato, inerme, felice come al centro di un gioco sconosciuto, felice di una felicità che era insieme il vecchio e il nuovo: tutti i natali e quel che sarà.

Il libraio leggeva le parole senza imporle all’ascolto, perchè le parole non nascono, non nascevano in quell’autore, per favorire, acchiappare, assecondare, manovrare a piacimento le emozioni del pubblico, stipandole nella gabbia di un unico sentire. Il libraio restituiva le parole a se stesse. La lettura che usciva dalla sua bocca era un’offerta di toni per l’anima: salire, scendere, fermarsi. Salire, restare, risalire. Non una concessione al sentimentalismo, non una lacrima, un grido in più, non una risata, un ammiccamento; niente effluvi di furore, smargiassate, tenerezze.

Leggeva il tempo che dura la parola nel cuore, senza picchi o sbalzi, perchè il cuore ha piani sovrapposti e li esprimerebbe salendo e scendendo con metodo dall’uno all’altro se potesse farlo da solo. Rinunciando a urli e guaiti, minutaglia emotiva.

E mentre ignaro di tutto questo, me ne stavo lì a occhi chiusi per non perdermi nemmeno un tratto di quella melodia, arrivarono a svegliarmi come tuoni i dieci rintocchi di San Giovanni. Cominciai a correre verso casa.

(da: Il libraio di Selinunte- Roberto Vecchioni)

Così di notte, quando tutto era silenzio nella strada,
io scavalcavo la finestra e camminavo con le scarpe in mano,
e m’infilavo nella luce fioca della sua bottega,
per sentire la voce di quel piccolo uomo.

Così di notte in quella stanza dove mi dimenticavo il tempo,
io stavo ad ascoltarlo di nascosto mentre lui leggeva
parole di romanzi e versi come cose da toccare
e al frusciare di pagine mi sentivo volare…

e le parole come musica di seta
mi prendevano per mano,
e mi portavano lontano dove il cuore
non si sente più lontano:
dentro le immagini, nei libri e nella pelle
di chi aveva già vissuto cose tanto uguali a me;
nella follia d’essere uomo e nelle stelle
per andare oltre il dolore più inguaribile che c’è;
e le parole si riempivano d’amore,
le sue parole diventavano d’amore,
le sue parole diventavano l’amore

Così la notte, quando gli incendiarono la casa,
e la gente rideva e diceva che era finalmente ora,
capii che c’è davvero una diversità infinita
tra imparare a vivere e imparare la vite:

guardavo il pifferaio che si portava dietro le parole
e se le trascinava nella luce bianca della luna:
non si voltò, non si voltò neanche a salutare,
se le prese su tutte, e le gettò nel mare…

e le parole del libraio da quella sera
se ne andarono per sempre,
e mi lasciarono con gli occhi di un bambino
che non può sognare più:
tutte le sere torno con le scarpe in mano
per vedere se da qualche parte le riporterai;
di giorno provo a ricordarmele, ma invano,
troppi uomini non cambiano e non cambieranno mai:
parlano tutti, ma non dicono parole,
le loro cose non diventano parole:
mi manchi tu, mi mancano le tue parole…

Ma ci son sere che scendendo verso il mare
mi sembra come di sentirti, e non ti vedo:
ma se m’illudo che sia ancora tutto vero
quasi ci credo.

Il premier mi esalta

Dopo avere ascoltato in questi giorni il telegiornale e le meraviglie parolaie dei nostri politici sull’amore, la morale, la politica, la cittadinanza, la costituzione, i diritti sento, assoluta,  l’esigenza di rivoltarmi nel fango con parole di un altro uomo che non ne sapeva un cazzo di niente di amore, morale, politica, cittadinanza, costituzione.

Però lui sì era giovane e bello

(anche se non teneva la villa ad Arcore o in Costa smeralda e non era pieno di ghelli).

Perchè gli eroi son tutti giovani e belli (R. Vecchioni).



Ognuno di noi da solo non vale nulla

La vera rivoluzione dobbiamo cominciare a farla dentro di noi

Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia commessa
contro chiunque, in qualunque parte del mondo.


Le rivoluzioni non si esportano, ma nascono in seno ai popoli

Siamo realisti, esigiamo l’impossibile…

Lasciatemi dire, a rischio di sembrare ridicolo, che il vero rivoluzionario
è guidato da grandi sentimenti d’amore.


O siamo capaci di sconfiggere le idee contrarie con la discussione,
o dobbiamo lasciarle esprimere. Non è possibile sconfiggere le idee
con la forza, perché questo blocca il libero sviluppo dell’intelligenza.


E dovunque ci sorprenda la morte, sia benvenuta, purché il nostro grido di guerra
raggiunga chi è pronto a raccoglierlo e un’altra mano si tenda ad impugnare le nostre
armi e altri uomini si preparino a intonare canti di lutto con il tambureggiare delle
mitragliatrici e nuovi gridi di guerra e di vittoria.

Di fronte a tutti i pericoli, di fronte a tutte le minacce, le aggressioni, i blocchi,
i sabotaggi, tutti i frazionisti, tutti i poteri che cercano di frenarci, dobbiamo
dimostrare, una volta di più, la capacità del popolo di costruire la propria storia

Non credo che siamo stretti parenti, ma se Lei è capace di tremare d’indignazione ogni
qualvolta si commetta un’ingiustizia nel mondo, siamo compagni, il che è più importante

Bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza.

Vale milioni di volte di più la vita di un solo essere umano che tutte le proprietà
dell’uomo più ricco della terra.

Se io muoio non piangere per me, fai quello che facevo io e continuerò vivendo in te.

Ricordatevi di tanto in tanto di questo piccolo condottiero del secolo XX..

… Hasta la victoria siempre!


Vissi d’arte, vissi d’amore

Siamo a Palazzo Farnese. Tosca chiede quale sia il prezzo per la liberazione di Cavaradossi. Scarpia risponde che dalle belle donne preferisce farsi pagare con l’amore piuttosto che con il denaro (“Mi dicon venal, ma a donna bella non mi vendo a prezzo di moneta. Se la giurata fede devo tradir, ne voglio altra mercede”). Tosca è presa dal terrore. Vorrebbe chiedere la grazia alla regina, ma Scarpia le fa capire che prima o poi Cavaradossi sarà giustiziato e le indica il rullo dei tamburi che accompagna i condannati al patibolo. Tosca allora, disperata, chiede a Dio il perchè di una prova così difficile da superare.

Vissi d’arte, vissi d’amore,
Non feci mai male ad anima viva!
Con man furtiva
Quante miserie conobbi, aiutai.
Sempre con fe’ sincera
La mia preghiera
Ai santi Tabernacoli salì,
Sempre con fe’ sincera
Diedi fiori agli altar.
Nell’ora del dolore perché Signore,
Perché me ne remuneri così?
Diedi gioielli
Della Madonna al manto,
E diedi il canto agli astri, al ciel,
Che ne ridean più belli.
Nell’ora del dolor
Perché Signore,
Perché me ne remuneri così?

Adesso, senza entrare nel merito dell’eterno ricatto maschile e dell’altrettanta eterna cedevole stupidità femminile, non vi chiederò mai quale delle due versioni preferite.

Sappiate che alla prima, bene o male, riesco a “stare dietro” alla seconda, nè bene nè male, sono riuscita e mai riuscirò a “stare dietro”.



Le cinque stagioni

La prima stagione fu subito estate
eravamo noi l’albero e il fiore
eravamo le stelle illuminate
a spiare le nostre
posizioni d’amore:
ci stremava la notte,
ci consumava il giorno
di falsa lontananza,
d’infinito ritorno;
e “una cosa sola siamo”
continuavi a dirmi,
“più di quanto ti amo, nemmeno
tu puoi amarmi”.

L’autunno m’incalzò di vento
e il vento barattò le parole
e le parole furono silenzi:
tu giocavi all’assenza
ed io cercavo,
con la bussola della solitudine,
il tuo profumo perso nella stanza,
quando eravamo io e te…
quando eravamo io e te…

E poi eccolo l’inverno
eccolo, eccolo l’inverno:
dove sei cos’hai fatto con chi eri?
dimmi qualcosa, parla, tu chi eri?
non ti voltare! non gridare!
dove scappi!
guardami in faccia abbi il coraggio,
brutta vacca!
…scusa tesoro, non volevo,
non lasciarmi,
ti aiuterò se provi ad aiutarmi…
ma cosa dice, che ti faccio schifo?
ma cosa ridi,
non ti importa un fi co?
ti faccio male?
certo che ti faccio male!
ti stringo il collo
fi no a fartelo scoppiare!
urla che tanto
non ti serve a niente…
urla che qui non c’è
nessuno che ti sente:
ti strizzo il collo come te lo
accarezzavo,
come schiacciassi i fiori che
ti comperavo…
quando eravamo io e te…
quando eravamo io e te…

Mamma, posso andare a giocare
un po’ più in là?
no, non mi allontano troppo:
è che c’è la
fontana e voglio metterci
le barchette.
Si le ho viste le farfalle:
sono bellissime.
Ma tutto qui è bello
in questo giardino!
Mi porterai ancora?
“Come eri bella mamma
quella primavera,
col cappellino bianco e
il tuo vestito a fiori;
io ti guardavo mentre
diventava sera
e sorridevi in mezzo a quei colori”
Si, adesso torniamo a casa:
devo ancora
finire i compiti.
Mi prepari quella merenda
di ieri? Si, si quella con la
marmellata di more.
No, no che non ho paura del buio
se tu mi stai vicino!
E poi ci sono tutte quelle stelle!
Tu pensi che potrei comprarmene
una da grande?
Magari una piccola piccola,
che tanto mi va
bene lo stesso… o forse no…
poi soffrirebbe
a stare lontana da tutte le altre e io,
non voglio che soffra di nostalgia.
Bisogna stare con chi si ama.
Bisogna stare con chi
si ama, vero mamma?

(Roberto Vecchioni)

Le parole non le portano le cicogne

vecchioni2

Questo post è veramente da maniaci, ma si sa che lo sono veramente e da tanto tanto tanto tempo, forse da quando ho memoria di me.

Lo consiglio solo a chi è assolutamente fanatico, altrimenti lasciate perdere…

La società di oggi, come dicono i greci, è catabolica, cioè appagata, conservante, conservatrice, non permette voli pindarici, taglia le ali agli slanci, si chiude in se stessa e difende quello che ha. D’altronde noi non siamo soltanto uomini sociali. Certo che dobbiamo vivere con la burocrazia, con le gerarchie con le tasse, con gli avvocati. Ma abbiamo anche una bella porzione di esistenza dentro la quale possiamo muoverci, e che non è tutto ciò. Abbiamo quindi la possibilità di ribellarci a questa condizione, o di parlare con altri accenti e con altra poesia.

Tu.

Tu mi fai battere il cuore.

Tu mi concedi il posto, il tempo, la rivincita.


Tue sono le mani che vengono da lontano, il passato infinito, la prova del mondo.

Tuo il batter di ciglio, il presente, l’attimo di quel tuo volto così bello da guardare.


Tuo il miracolo di farmi restare insieme a quella che ero e che sarò, camminare spiagge e non deserti e chiedermi sempre che mare vedrò.


Questo foglio d’attesa lasciato lì, non voltato per non leggere subito e consumare:

questa penna tra i denti a pensarti fra un college e l’altro, fra una ricerca e un panino:

questa voglia, quest’orgasmo solo attutito e silenzioso nel resto del giorno, nel giorno che non ti vedo e non conta.

Tuo è il ritorno a far grande una stanza di fiori comprati o rabbie o sussurri: tua la linea di fumo che spegni e riaccendi e mi indica dove:

l’invariabile odore degli anni che sommano agli anni l’amore impossibile a dirsi in un giorno.


Ho imparato alfabeti che nemmeno pensavo e ho riempito le ansie con quella lentezza di vivere che ci siamo scambiati.


Non sapevo e credevo di conoscerlo, il sentimento, ma ne tenevo un capo, un’ombra, un limite: ora lo so e mi è intero negli occhi, nelle vene.

E tu mi fai battere il cuore.

__________________

Ne ho aspettate canzoni,

ne ho aspettate di cicogne

che nascessero fuori o dentro il cuore;

ed erano i miei figli beduini,

venuti ad assomigliarmi

in parole d’amore.

Le canzoni hanno fame,

hanno freddo le cicogne

e il bambino ha lo sguardo troppo stanco;

e mai fu lungo un bacio

o breve un viaggio, o ingannato la memoria

del suo dolore al fianco.

Com’era bello, quella sera,

il tuo vestito giallo

com’eri bella tu…

Mi sembra quasi di toccarlo.

Sai, vorrei tornare indietro

e riverti lì

mi basterebbe solo stringerlo di più,

perchè non c’ero,

non ci sono stato mai tutti quei giorni

che mi hai amato solo tu.

E vorrei dirti cose come “Vita mia”,

stronzate assurde tipo “Fammi compagnia”,

e che son solo

e so che pure tu lo sei,

vorrei, vorrei…

vederti giovane vorrei.

Ho cantato da solo

questa vita per mestiere

per due lacrime

perse in un bicchiere…

E intanto se ne andavano i tuoi occhi

e la fantasia che accende

l’orlo delle tue mutande…

Com’eri bella, quella sera, Daria:

com’è lontana quella sera…

Sai vorrei tornare indietro

e non lasciarti mai;

mi basterebbe

solo stringerti di più,

per tutti i giorni che non c’eri mai,

per tutti i giorni

che mi hai amato solo tu.

Sarai la sera

quando non mi perderò,

la rabbia vera

di un pensiero che non ho,

l’ombra che scende per dimenticare me,

la ninna nanna

di un dolore che non c’è.

La Storia farà sciempio

d’uomini e parole,

gli uomini non saranno più

frasi d’amore,

ma nel continuo disperarci che c’è in noi

io so per sempre che tu ci sei.

Carfagna batte Montalcini 199 a 13

Ah l’umana idiozia.

Ho scritto post di vario genere in cui venivano citati alcuni personaggi noti, e sono andata a vedere quali di questi erano i più ricercati ed è venuta fuori (nel piccolo del mio blog) una classifica che rispecchia fedelmente l’italica mentalità (e forse non solo italica)

Eccovi la classifica aggiornata a ieri:

Mara Carfagna => 199

Rita Levi Montalcini => 13

Roberto Vecchioni => 12

Alda Merini => 8

Lella Costa => 5

Gioconda Belli => 4

Frida Khalo => 3

Luciana Littizzetto => 3

Palissandro di Trezene => 3

Fernando Pessoa => 3

Marie Curie => 2

Enrico Berlinguer => 2

Barak Obama => 2

Maria Callas => 1

Carla Bruni => 1

Ascanio Celestini => 1

Milena Gabanelli => 1

Fiorella Mannoia => 1

Restano al palo: Silvio Berlusconi, Bruno Vespa, Jorge Borges, De Andrè, Adolf Hitler, Cesare Pavese, Pier Paolo Pasolini =>0

Commenti,,,,nessuno

Ho scritto di tutto ma….

rammarico2

Il mio non frequentatissimo blog, nelle ultime settimane ha alzato la cresta.

Ebbene sì da qualche tempo mi trovo con un incremento di visite considerevole, il che mi fa piacere; quindi, essendo curiosa per natura e per coltivata scelta, ho voluto verificare cosa leggono e cercano i miei visitatori.

Ho scritto di tutto e su moltissimi argomenti: libri, film, viaggi, fiabe, sentimenti, sensazioni, etica, politica, filososfia MA….

ma da quando ho scritto il post “belle donne e donne belle” in cui ho messo, come tag, anche i nomi di alcune veline e ministro-veline le ricerche si concentrano tutte su costoro il cui nome è SEMPRE associato a parti anatomiche femminili ben definite e sempre le solite.

Ho dovuto constatare, con sommo rammarico, ma senza neppure un’ombra di stupore e meraviglia che, a ben pochi, è interessato l’argomento trattato (chissà poi se almeno il post è stato letto o hanno solo guardato le figurine) o gli altri argomenti da me presi in considerazione.

Quindi la conclusione che è necessario trarre è la seguente anche se detta molto volgarmente “quel che tira è sempre e solo la gnocca”