Zippergate

Lo hanno acciuffato come un terrorista del sesso, un “predator” di camerierine da pochade porno, quando credeva di averla fatta franca.

Lo hanno arrestato sul grande aereo bianco Air France, in Prima Classe, mentre le assistenti gli servivano champagne e succo d’arancia, benvenuto a bordo Monsieur Dominque Strass-Kahn, si allacci le manette.

E ora ci segua in un commissariato di Harem. Se la storia rigurgita di esempi, sghignazzi, drammi e tragedie di uomini troppo superbie e vanitosi per resistere alla più umana delle tentazioni e precipitati a capofitto nella “trappola del miele”, il suicidio politico e civile del direttore francese del fondo monetario internazionale, è una pagina nuova e inedita nell’enorme libro della libido impazzita e autodistruttrice.

Come un qualsiasi Kobe Bryant, il campione di basket ventenne ubriaco di ormoni accusato di violenza sessuale su una cameriera d’albergo in Colorado nel 2003, proprio lui che, bello ricco e famoso, avrebbe potuto avere armate di donne, così oggi Strass-Kahn paga il prezzo che gli uomini drogati dalla vanità pagano alla sessualità: la certezza di poter avere ogni donna, ovunque, nel nome e nell’immunità del proprio potere, l’irresistibile afrodisiaco che nessuno è ancora riuscito a comprimere in pillole.

Non amore, non libido, non scappatelle o voglie comprensibili.

Potere.

Manifestato nel signoreggio sulle femmine del gregge.

Storia antica e banale, che il caso Strass arricchisce, se confermata, di prospettive più ignobili.

Ogni cultura, ogni epoca, ogni sistema politico conosce gli effetti e le conseguenze di “pensare con quello che hanno fra le gambe e non fra le orecchie” come fu detto degli insaziabili Kennedy Brothers.

E’ una galleria perfettamente bipartisan e bi-tutto, che può aiutare carriere o distruggerle, secondo il grado di trasgressione e la capacità nazionale di ignorare e tollerare atti e menzogne.

Sesso tuo, vita mea.

Non deve essere stato così nel caso di Strass-Kahn che si era rifugiato nel ventre accogliente di un aereo francese all’aeroporto Kennedy, dopo avere avuto la delicatezza nazionalistica di assalire una domestica in un hotel di proprietà francese, tirando un sospiro di sollievo quando il trattore aveva cominciato a spingerlo verso la pista.

Ma, apparentemente, lo scandalo scoppia tra lo stupore indignato dei seduttori sedotti.

Non capiscono, per loro è naturale, normale, un fringe benefit del potere come l’autista, l’ufficio con i ficus, la poltrona in first class, la facoltà di avere ogni donna che li stuzzichi.

Chi si scandalizza appare a loro come un moralista, un puritano, un ipocrita, magari dimenticando che i primi e massimi ipocriti sono proprio coloro che predicano le virtù pubbliche, mentre sfogano le voglie private.

Strass-Kahn non e l’eccezione. Sono la sua brutalità, se sarà provata, la sua violenza, il fatto nuovo e criminale.

Molti non ci credono, non ci possono credere, e forse non ci crede neppure lui.

Come osa, una piccola “femme de chambre”, una domestica, accusare lui, il signore, di averne abusato?

(Vittorio Zucconi)

A new York il caldo è un clandestino

Avranno anche tutto ma gli manca il “soccia che caldo”. Anche se è un caldo boia.

Anche se la scarpa da tennis s’impanatana nell’asfalto molle e lascia l’impronta come sul marciapiede di Los Angeles, quello delle star.

Solo che intorno non c’è la stella e non ci puoi mettere il nome perchè si mescolerebbe con le cicche pestate e qualche biglietto della metro fossilizzato da anni.

A New York, in estate, c’è un caldo che è quasi comico dal gran che è caldo. Eppure nessuno lo dice.

Se entri in un negozio non succede come da noi a Bologna dove scatta subito la parola d’ordine: “oggi è peggio di ieri, eh signora?”.

Oppure: “ha sentito che roba oggi? e poi dicono che domani è peggio”.

New York produce un caldo che non ce lo sognamo neanche ma tira dritto e se ne frega, come di tante altre cose.

Nessuno, in un negozio, ti dirà mai che è caldo.

Neanche un taxista.

Anche se attaccano discorso molto di più che in via Rizzoli o sotto la Galleria.

How are you? come sta?, da dove viene? anch’io avevo un nonno italiano, eccetera.

Ma il tema del caldo, che noi usiamo come pretesto iniziale di qualsiasi bottone, viene ignorato.

Anche perchè a NY, a differenza di Bologna, esiste la famosa “pacca”. La nemica numero uno del caldo.

The dark side of the chèld. La pacca è quella che prendi se entri in qualsiasi supermercato, negozio, store, banca o locale al chiuso.

L’aria condizionata a NY, posto dove tutto è più grande, è maestosa, imponente; nel senso che si passa da 40 gradi appiccicosi di un marciapiede a -3. Forse non a -3, ma la sensazione è quella.

L’italiano lo riconosci perchè appena mette piede in un posto al chiuso si blocca per un attimo, come incenerito.

E se è bolognese dice: “Soccia!” fra i denti. E’ perchè ha preso la pacca. La nemica numero uno del caldo.

New York è fatta di grattacieli e di ghiacciaie in cui entri ed esci con apparente disinvoltura.

Loro sono abituati ma noi no ed il sudore sul collo o sulla schiena subisce quell’immediato congelamento che è appunto caratteristico della pacca.

Se avessimo noi quell’aria condizionata a manetta, diventerebbe subito un motivo di dialogo: “ha sentito che aria condizionata stamattina?”, “ohi, e poi han detto che domani è peggio”.

Come fosse una condizione ambientale.

A NY gli americani, che sono comunque dei fanatici del meteo (ma solo in funzione del sabato e domenica) non parlano del caldo e nemmeno del freddo.

Vanno veloci.

Non hanno la cultura della chiacchera da negozio.

Non c’è la bottega, non c’è il tempo, c’è solo il verbo brulicare.

Io brulico, tu brulichi, egli brulica; si brulica senza commentare.

Noi sentiamo nei negozi frasi tipo: “a Ozzano hanno detto che ci sono 42 gradi”; là non si sentirà mai dire: “han detto che nel New Jersy gli suda la lingua in bocca” che sarebbe “I sweat the language in mouth”.

Oppure “nel Bronx nevica, ho visto le macchine con il bianco sopra”, come facciamo noi riferiti a Loiano (a Loiano nevica, è un classico).

Per difendersi dalla pacca, comunque, l’unica cosa da fare è andare in giro, mentre ci sono 40 gradi, con un loden e appena entri in un  posto te lo infili insieme ad una cuffia.

Va che la sta gòba l’aria condizionè!

Quasi quasi mi compro un marito

Giovanni Farzati mi ha inviato questa nuotiziola.

Certi uomini basta guardarli e le idee più “dolci” prendono forma, dice Ester, 28 anni;
non peccati di gola ma nottate di goduria; “signorina, le piace questo” fa vedere una foto con i suo numeri, alto, spalle, ecc, “no! preferisco questo con gli occhiali da sole, più muscoloso, poi ha misure più consistenti”… ride e strizza l’occhiolino…
Ti amo, anzi ti odio, anzi faccio a meno di odiarti e amarti, ti compro.

A New York, ieri hanno aperto un negozio dove donne possono acquistare un marito, con tutti i pregi e difetti del caso.

Chi vende mariti offre robuste garanzie, se la donna tira fuori qualche centinaio di dollari in più, lo può provare tre giorni, soddisfatta o rimborsata.

Provarlo in un anonima camera d’albergo o sui prati di Central Park,

Quasi, quasi mi sento una star

Mi sento una star, o meglio sarebbe dire una blogstar.

Perchè non capita mica tutti giorni, almeno per una come me, di essere intervistata sul web o in qualsiasi altro posto.

Pertanto ringrazio tantissimo Due chiacchere per avermi dato l’occasione di cotanto onore e di avermi fatto conoscere Palbi, la mia controparte in questa intervista doppia dal sapore internazionale.

Se vi interessa leggere le nostre risposte in libertà ( e vi devono interessare) l’intervista la trovate qui