Ho partecipato all’evento mediatico dell’anno; sono stata al Paladozza, anzi per essere più esatti in piazza Azzarita (che non ho trovato un biglietto manco a pagarlo) ad assistere a “Rai per una notte”.
Mi ha interessato, soprattutto, per gli aspetti innovativi di fare rete attraverso mezzi che, solitamente, si ignorano, per l’utilizzo di mezzi non di massa che creano una massa, mi auguro, critica.
Ma non era tanto di questo che volevo parlare piuttosto di una malattia che rischia di tornare ad essere di massa.
Per quanto, di questi tempi, anche parlare di malattia significa parlare di politica dopo la mirabolante promessa di Berlusconi di sconfiggere, da solo e da novello taumaturgo onnipotente, il cancro in tre anni.
Che, a quel punto, il Nobel per la medicina gli spetterebbe di diritto.
Dopo questo lungo e poco pertinente prologo comunico di cosa voglio trattare in questo post: della tubercolosi.
La TBC ha una storia millenaria, si trovano resti del batterio, in alcuni resti fossili di animali, già nel paleozoico.
La TBC è una malattia che non è più di moda, non fa notizia nè audience eppure provoca, nel mondo, 4 morti al minuto.
La tubercolosi ha una storia culturale e sociale affascinante.
Già 1000 anni fa il medico arabo Avicenna se ne era occupato nel suo “Canone della medicina” capendo l’importanza dell’igiene e della quarantena per i colpiti da questa, allora, sconosciuta malattia.
Ma non è dell’aspetto prettamente medico che mi voglio occupare quanto della grande influenza della malattia in moltissimi settori della vita degli uomini.
Intorno alla malattia sono sorte le più fantasiose ed inverosimili interpretazioni e dicerie: che fosse dovuta al vampirismo, forse per la faces di estremo pallore, di arrossamento degli occhi e fotofobia che assumevano i malati; che fosse guaribile dall’imposizione delle mani dei re di Francia.
Un aspetto particolarmente interessante è il divenire una metafora della vita che ha influenzato pesantemente la cultura di parecchi secoli in tutti i suoi aspetti.
In letteratura è stata celebrata ne “La montagna incantata” di Thomas Mann, nella musica è sufficiente ricordare la miriade di opere liriche in cui la protagonista viene colpita dal mal sottile e ne muore, nella pittura i quadri cupi ed angoscianti di Munch, dal celebre “Urlo” a moltissimi altri, sono un vero ritratto di malati e malattia.
Altro volto del morbo è quello della superstizione legata alla sessualità, una sessualità anch’essa malata, sfrenata e poco incline ad assoggettarsi ai rigidi vincoli imposti dalla moralità ottocentesca.
E in questa particolare angolazione furono particolarmente coinvolte le donne, alle quali fu riservato non solo lo status di untore ma anche quello di sgualdrina.
Questo stretto rapporto tra malattia e femminilità è benissimo rappresentato dalle oper liriche dove il protagonista che muore di tale male è sempre una donna e per di più di facili costumi; donna che nella malattia trova sia l’espiazione dei proprio peccati che il giusto castigo del suo immorale comportamento.
Non succede mai che il protagonista maschile si ammali, pur supponendo che, con la suddetta, abbia o abbia avuto rapporti sessuali ed intimi, nè, tantomeno, muore o è costretto ad espiare gli stessi peccati sessuali della donna, o altri peccati ben più gravi, o la sua marcata idiozia e dabbenaggine.
Tale atteggiamento è fortemente sintomatico di una radicata mentalità che vede nella donna la portatrice di ogni male sebbene nello specifico caso, e doveva essere evidente anche all’epoca, il rapporto di malattia tra i due sessi sia nettamente a favore di quello femminile.
Anche in questo caso la TBC assume al forma di metafora sociale e sociologica della colpevolizzazione delle donne, del sesso e, soprattutto, del binomio donne e sesso.
Mi piace:
Mi piace Caricamento...