Il calo del desiderio

Casalinghe frustrate, donne in carriera, signore di tutto il mondo!

Sappiate che quell’imperscrutabile calo del desiderio, quel dire “piuttosto che farlo me la cucio” non è dovuto a nostra stanchezza, al nostro partner che ci gira per casa in un pigiama modello ascellare, non è l’età che avanza, non sono i figli che ci fanno ammattire.

E non sono nemmeno i piatti da lavare, la montagna di roba da stirare, i letti da rifare e tutte quelle amene incombenze che noi donne siamo use fare mentre i nostri amati se ne stanno sul divano a leggere o a guardare la partita di champions.

No, la ragione vera e profonda è che, mannaggia a noi che non ci avevamo mai pensato, abbiamo il colesterolo LDL alto.

Scientificamente provato. Il New Scentist riporta come l’alto tasso di colesterolo riduce l’eccitazione sessuale, l’orgasmo e la soddisfazione sessuale.

Quindi non disperiamo, possiamo sempre prendere una statina o dei semi di lino et voilà le joeux son fait.

Faremo faville anche nel talamo più o meno coniugale fregandocene delle faccende di casa, del compagno di sempre, dei colleghi rompiscatole e delle mille incombenze che alle donne spettano per diritto divino.

Oppure anche no?

Caro figlio mio, vattene

Questa lettera, del rettore dell’Università Luiss, pubblicata stamattina sulla Repubblica mi ha fatto tornare con la mente all’ottocento e alla prima metà del novecento, quando ai figli si riempiva una valigia di cartone e li si mandava all’estero a cercare fortuna.

E’ una lettera triste, accorata, amara e senza più speranza.

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Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti.

Finisci in tempo e bene: molto di più di quello che tua madre ed io ci aspettassimo.

E’ per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta.

Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui si possa stare con orgoglio.

Puoi solo immaginare la sofferenza con cui ti dico queste cose e la preoccupazione per un futuro che finirà con lo spezzare le dolci consuetudini del nostro vivere uniti, come è avvenuto per tutti questi lunghi anni. Ma non posso, onestamente, nascondere quello che ho lungamente meditato. Ti conosco abbastanza per sapere quanto sia forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai risultati, il sentimento degli amici da tenere insieme, buoni e meno buoni che siano. E, ancora, l’idea che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro che incontrerai.
Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l’affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.

Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all’attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. E’ anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l’Alitalia non si metta in testa di fare l’azienda seria chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell’orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà. E d’altra parte, come potrebbe essere diversamente, se questo è l’unico Paese in cui una compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata privatizzata regalandole il Monopolio, e così costringendo i suoi vertici alla paralisi di fronte a dipendenti che non crederanno mai più di essere a rischio.


Credimi, se ti guardi intorno e se giri un po’, non troverai molte ragioni per rincuorarti. Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato – per ragioni intuibili – con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility. Non varrà nulla avere la fedina immacolata, se ci sono ragioni sufficienti che lavorano su altri terreni, in grado di spingerti a incarichi delicati, magari critici per i destini industriali del Paese. Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico. Potrei continuare all’infinito, annoiandoti e deprimendomi.

Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell’estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni.

Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.Adesso che ti ho detto quanto avrei voluto evitare con tutte le mie forze, io lo so, lo prevedo, quello che vorresti rispondermi. Ti conosco e ti voglio bene anche per questo. Mi dirai che è tutto vero, che le cose stanno proprio così, che anche a te fanno schifo, ma che tu, proprio per questo, non gliela darai vinta. Tutto qui. E non so, credimi, se preoccuparmi di più per questa tua ostinazione, o rallegrarmi per aver trovato il modo di non deludermi, assecondando le mie amarezze.

Preparati comunque a soffrire.

Con affetto,
tuo padre

Il mondo dei furbi

Leggo che hanno inventato un nuovo sistema “legale” che permette di rilevare gli autovelox presenti sulle strade, aggirarli e quindi evitare le multe per eccesso di velocità.

Quando sento queste cose mi cadono le braccia, perchè sono l’ennesima prova che siamo un popolo decisamente idiota.

Sì, perchè noi siamo una nazione che crede che non rispettare le leggi sia da furbi, e invece è solo da fessi.

Da fessi che non hanno ancora capito che le leggi, le norme e, soprattutto, le regole servono a farci vivere meglio, ad essere comunità civile.

Perchè noi se le regole sono assurde e, a volte, lo sono non ci impegniamo per cambiarle, per renderle migliori, per cancellarle. Non lo facciamo perchè questo significherebbe impegno, senso di civiltà, senso dello stato.

No, noi le evitiamo, le bypassiamo con la furbizia, o presunta tale, di chi dice tu hai fatto la legge ma io ho trovato l’inganno, con la stupidità di chi si taglia le palle per far dispetto alla moglie.

Siamo un popolo che vive di inganni e falsità, perdiamo più tempo ad aggirare le leggi che ad impegnarci a cambiarle.

Siamo, ora come allora, e sempre di più un paese di imbecilli.

Il mondo secondo le Monde

Probabilmente avrà ragione il nostro presidente del consiglio, probabilmente avranno ragione tutti i rappresentanti della maggioranza quando sostengono che gli italiani che parlano male dell’italia sono disfattisti.

Sicuramente avrà ragione Berlusconi a dire che è il premier più amato d’Europa, ma sicuramente non il più amato dagli europei (e visto che noi non siamo pii numericamente così numerosi…) ma certamente non è il più amato dai francesi.

Lascio perdere e non riporto tutte le prese per i fondelli su Berlusconi che mi sono sorbita in Francia, perchè potrebbe essere una casualità.

Però vorrei invitarvi a guardare lo spot pubblicitario di Le Monde, così tanto per farci un’ideuzza di quello che davvero, all’estero, pensano di noi. Checchè ne dica il miglior presidente del consiglio di tutti i tempi e di tutti i mondi.

Delinquenti per natura

Cent’anni fa moriva Cesare Lombroso.

Che ai suoi tempi veniva considerato uno scienziato e, dello scienziato, aveva la curiosità di capire.

Darwiniano convinto (e questo almeno è un  merito) aveva la fissazione della fisiognomica da cui ricavò la pseudoscienza della frenologia forense; quindi dalla forma del cranio, da eventuali avvallamenti o bozzi si può capire le caratteristiche psichiche e la personalità di un individuo.

Dedusse quindi che  i criminali portavano tratti anti-sociali dalla nascita, per via ereditaria, e questi fossero visibili ed analizzabili attraverso le caratteristiche craniali.

La fisiognomica predittiva assoluta, sostiene una correlazione assoluta tra alcune caratteristiche fisiche (in particolare del viso) ed i tratti caratteriali; quindi se ne deduce che non potendo cambiarti i connotati e i tratti cefalici sei nato criminale e criminale rimani per tutta la vita, senza possibilità di redenzione.

A mente fredda mi viene facile ritenere che queste elucubrazioni siano assolutamente prive di fondamento.

Ma… ma a mente calda, mentre guardo i visi e la conformazione cranica di certi nostri politici e le associo a quanto dichiarano senza il minimo imbarazzo non sono poi tanto sicura che Lombroso non ci avesse azzeccato per niente.

Tutti i crani collezionati da Lombroso sono, ora, esposti al Museo di Torino; quando ci saranno anche quelli di, ad esempio, Calderoli, Gasparri e Borghesio?

Non sfigurerebbero mica in siffatta collezione.

Aggiornamento della gara

Continuando il giochino poco serio di vedere quale tipo di donna è ricercata nel web vedo che la situazione della “gara” di numero di ricerche tra la Carfagna e la Montalcini è sempre più inquietante.

A marzo il punteggio era:

Carfagna 199 Montalcini 13 con uno scarto di 186 ricerche

A settembre il punteggio si consolidava:

Carfagna 6969 Montalcini 38 con uno scarto di 6931 ricerche

A novembre il punteggio è drammaticamente così:

Carfagna 18.258 Montalcini 97 con uno scarto di 18.162 ricerche

vorrà dire qualcosa? A noi e ai posteri la sentenza

Il decalogo di Fini

Il decalogo del “compagno Gianfranco”

01) Lo stato è laico e non comanda la chiesa

02) Bisogna rispettare le leggi e le istituzioni

03) La Costituzione è di tutti e non di uno solo

04) Gli immigrati non sono tutti delinquenti e i profughi devono avere il diritto d’asilo

05) Si deve indagare sulle stragi di  mafia

06) Le camere le scioglie il Presidente della Repubblica e non quello del Consiglio

07) Chi ha unm andato di cattura per camorra  non è il caso che presieda una giunta regionale

08) Rinuncio al lodo Alfano in un processo che ho per diffamazione

09) Chi è razzista è uno stronzo

10) Per abbreviare i processi bisogna dare più soldi ai tribunali e alle forze dell’ordine

Una volta era rivoluzionaria la verità e non la normalità; ma ad aggravare la situazione teniamo conto del fatto che il bolscevico Fini non ha:

- una banca

- una televisione

- un’assicurazione

- una squadra di calcio

- non ha processi per corruzione

- non si fa fotografare con Ghedaffi o con Putin

- non racconta barzellette al vertice sulla fame nel mondo

Decisamente non ci si può fidare di quest’uomo.

Mi devo sacrificare?

Mi devo sacrificare per Berlusconi?

Mi devo sacrificare per Berlusconi per avere una giustizia che funzioni, che sia rapida ed efficente entro il 31 dicembre 2009 (dopo ventenni e ventenni di ritardi), per far sì che i processi durino, nei tre gradi di giudizio, massimo sei anni?

Mi devo sacrificare per Berlusconi per equiparare il reato di clandestinità ai reati di terrorismo e mafia?

Mi devo sacrificare per Berlusconi per avere una legge che dichiari una diseguaglianza dei cittadini in contrasto con l’art. 3 della Costituzione?

No!

Daniela Santanchè

Ci sono personaggi, in tutti i governi, e in tutte le circostanze che si prestano meglio di altri alle caricature e alla satira.

Vuoi perchè dotati di forte personalità, vuoi perchè presentano caratteristiche fisiche talmente peculiari da renderli unici, vuoi perchè sono costantemente sopra le righe.

Quest’ultimo è il caso della Santanchè, burina, sproporzionata, caciarona, fatalona, alla ricerca costante della boutade (vedi il maometto pedofilo) per apparire laddove, da quando non è più ministro e parlamentare, non se la fuma più nessuno.

A lei è dedicata questa bellissima parodia della Cortellesi fatta a parla con me

Ipazia e le altre donne pensanti

Ho trovato questo bellissimo post su un blog particolarmente interessanteilnuovomondodigalatea.wordpress.com

Parla di una donna, Ipazia, filosofa e matematica, nata e vissuta nella 2° metà del IV secolo ma rappresenta la condizione della donna nei secoli e, ancora ai giorni nostri.

Ci sono donne che, a quanto pare, rompono i coglioni anche da morte. Sì, rompono proprio i coglioni: non si può usare altri termini, ché definirle “scomode” o “controcorrente” non rende appieno il profondo e radicato odio che riescono a suscitare attorno a sé. Quelle donne lì, rompono proprio i coglioni. Anche se non fanno niente, per il solo fatto di esistere e di essere così come sono. Che poi, così come sono, a non far niente oltre che esistere non sono capaci, e quindi rompono i coglioni ancor di più.

Ecco, Ipazia doveva essere proprio una di quelle. Una donna. Nel mondo antico, dove, per quanto la mentalità fosse un po’ più aperta di quanto sarà nel medioevo, non è che poi nascere donna fosse ’sto ballo di carnevale. Greca, di origine. E anche lì, bella roba. Perché i Greci erano tanto democratici in tutto, quando si parlava di uomini, ma le loro donne, al contrario dei Romani, le avevano sempre tenute, per quanto possibile, sepolte all’interno dei ginecei, a filare pepli per le Atene di turno.

Siccome donna e greca non le bastava, Ipazia divenne, in prima battuta, matematica. Cioè una donna che pretende di occuparsi di numeri e teoremi, campi che ancor oggi, quando nel nostro secolo illuminatissimo sono giudicati interessanti da qualche fanciulla, la fanciullina in oggetto viene guardata strana, perché si sa che le donne e i calcoli non quagliano, e l’unica possibile applicazione della matematica per una donna è contare gli spicci nel portafoglio per capire se può comprare subito o meno il favoloso maglioncino che ha visto in vetrina.

Vabbe’, in lei lo si poteva scusare, forse, quell’interesse peregrino, perché il babbo Teone era matematico anche lui, ad Alessandria. Si fosse limitata a fargli da segretaria, ricopiando qualche teorema qui e là, chiosando le sue chiose, la passioncella per la matematica gliela avrebbero perdonata. Però Ipazia, che comincia come collaboratrice del padre, subito si dimostra qualcosa di più di una figlia devota che porta al babbo una tisana mentre quello si affanna sui libri e tiene in ordine i papiri degli appunti: il papà chiarisce, nell’incipit del suo commentario a Tolomeo, che il saggio è stato controllato punto per punto dalla figlia, la filosofa Ipazia. Il che lascia capire che, dei due, quella che aveva una conoscenza più approfondita della matematica pura e delle sue implicazioni teoretiche e filosofiche era Ipazia, e non il padre. Insomma, era lei che veniva chiamata in aiuto da lui, per avere conforto e consulenza.

Difatti Ipazia studia geometria piana ed astronomia, probabilmente getta le basi per la costruzione di un più moderno astrolabio (che sarà realizzato dal suo allievo più caro, Sinesio di Cirene), e, in virtù del suo prestigio, diviene ben presto nome di punta e probabilmente anche vera e propria direttrice della scuola di Alessandria, istituzione erede, anche se appannata, del Museo fondato dai Tolomei come tempio di ogni sapere. Oltre alla cattedra di matematica, insegna anche filosofia, seguendo la corrente neoplatonica fondata da Plotino: quella teoria che ipotizzava una Luce che si espanda piano piano, e, corrompendosi ed appesantendosi, si trasformi in materia: non è proprio la E=mc² di Einstenin, però qualche latente influsso su Einstein stesso da parte di queste teorie, molti secoli dopo, è stato ipotizzato.

Eh, già immaginarla così, unica donna in mezzo ad una consorteria di eruditi, che tiene lezioni di filosofia e matematica nella più prestigiosa scuola di alta formazione del mondo antico, altro che giramenti di coglioni doveva provocare in quei maschi che stentavano a far due più due. Anche perché per le provocazioni, Ipazia doveva proprio avere un certo gusto. Intanto, non s’era mai sposata, quindi era donna, matematica, filosofa e per giunta tanto testarda da rifiutare pure quello che era il destino e l’unica funzione del suo sesso, la riproduzione. Poi di matematica e filosofia teneva pubbliche lezioni, cui si poteva accedere liberamente: quindi non solo donna che comandava a bacchetta un nugolo di studiosi, ma personaggio pubblico, che dibatteva a viso aperto, con gli studenti e con chi era interessato a seguirla. Senza paura, senza timore e senza quel pudor femminile che, secondo gli uomini stupidi, spinge le donne ad una naturale ritrosia, ad evitare il pubblico, il confronto anche violento per sostenere a brutto muso le proprie idee.

Sì, una così pare nata apposta per far girare i santissimi e far saltare in un botto tutte le armonie platoniche delle sfere. Ma non pensiamola come una femminista invasata. Da quel poco che le fonti lasciano capire di lei, non è proprio questo il ritratto che se ne tira fuori. Per gestire per anni una struttura come l’antico Museo, e far filare d’accordo, se non d’amore, intellettuali di più discipline, bizzosi ed egocentrici come sempre i professori sanno essere, ci vuole capacità di coordinamento, mediazione, nonché pazienza ed autorevolezza. Una menade o una sventata non sarebbero durate due giorni. Lei invece dura, e al lungo. Non solo: in una città come Alessandria d’Egitto, che è da sempre una miscela sul punto di esplodere per i continui conflitti fra i gruppi etnici e religiosi, diviene una figura di riferimento. È una pagana, Ipazia. In un periodo in cui non è più conveniente esserlo, non è conveniente per nulla. Dopo Costantino, i Cristiani, non più perseguitati, ci han messo poco ad impadronirsi di tutte le leve del potere, e passare in fretta da discriminati in discriminatori. Ad Alessandria hanno combinato macelli: il vescovo Teofilo ha fatto di tutto per far chiudere i templi pagani, ne ha depredato gli arredi, non perde occasione per provocare i pagani, esponendo persino in pubblico le suppellettili trafugate dai loro santuari. Ipazia si muove con una buona dose di sangue freddo in mezzo ad una situazione che può degenerare per ogni nonnulla: fa parte di quella corrente politica che si batte perché la cultura tradizionale greca, pagana, possa continuare ad essere conservata e salvaguardata. Pagani e Cristiani possono secondo lei convivere, perché la religione a cui ciascuno aderisce è un fatto personale, che non deve creare intoppi o problemi al vivere pubblico. È una laica, insomma, vuole essere lasciata libera di credere e non credere in ciò che vuole, ed è disposta a concedere a tutti la stessa libertà. Difatti fra i suoi allievi quello a lei più vicino è Sinesio, che sarà cristiano e diverrà persino vescovo, sempre mantenendo però il massimo rispetto e quasi una forma di devozione nei confronti della sua Maestra.

Ma te lo vedi Cirillo, succeduto a Teofilo come vescovo di Alessandria, a sopportare una donna del genere come avversaria? Una che non urla, non strepita, ma discute? Argomenta, la stronza, e non si riesce ad incastrarla, perché la ragione, ahimè, è roba sua. Quanto la deve odiare, Cirillo. Ipazia è tutto ciò che lui detesta: una mente pensante, che non si fa intimorire; una studiosa, che pretende di indagare i misteri della Natura invece che crederli semplicemente imperscrutabili disegni divini; una donna, che non vuole starsene al posto assegnato, secondo visione di tutti i bigotti, alla donna nel creato: rifiuta assieme, insomma, Dio e di obbedire. Una bestemmia vivente.

Dalla sua Cirillo aveva Elia Pulcheria, che invece era una di quelle donne che parevano una stampa ed una figura con i desideri dei cristiani: per non finire sposata a qualche barbaro aveva fatto voto di verginità, perché in quel caso la religione era un ottimo mezzo per evitare di essere allontanata dal potere; bigotta e intrigante, tanto s’era prodigata da riuscire a far convertire il fratello Teodosio al cristianesimo, e anche la di lui moglie; subito dopo lo aveva convinto a scacciare da tutti gli impieghi pubblici i pagani; lo spinse poi a bandire gli Ebrei da Costantinopoli e confiscar loro le sinagoghe.

Due donne, l’una l’opposta dell’altra, si ritrovano a fronteggiarsi, infine: l’una con attorno i pagani, intimoriti, spaventati, ma non domi; l’altra Cirillo e i suoi cristiani oltranzisti, che possono contare una schiera di monaci fanatici. Sono loro, i monaci, che risolvono alla fine il problema per le spicce. Sono una muta di invasati, che vedono con sospetto tutte le arti e tutte le scienze, perché, come tutti i fanatici, le pensano emanazioni del maligno; figurarsi se poi queste vengono esercitate da una donna, e da una donna come Ipazia, sfrontata, ancora giovane, probabilmente piacente, e orgogliosa. Una donna che pretende di usare la ragionevolezza per contestare i voleri di Dio e quelli della pia Pulcheria che da Dio è direttamente ispirata, per mezzo di Cirillo, vescovo, futuro santo e suo consigliere.

La aspettano una sera, i monaci, mentre torna a casa. É notte. Le vie di Alessandria sono vicoli oscuri, pieni di ombre. Fermano la lettiga, la trascinano giù per i capelli, la sbattono sul selciato. E poi le si buttano addosso armati di pietre e di cocci di vaso acuminato. Non la uccidono, la macellano. Usano gli ostraca, i cocci appuntiti, come dei macete: la fanno a pezzi, strappandole le carni dalle ossa mentre è ancora viva, scavandole gli occhi via dalle orbite, mentre, dicono i testimoni, ancora respira. Poi, non contenti, prendono quello che resta del suo cadavere e lo portano in giro per la città, come un trofeo, per bruciarlo e disperderne le ceneri maledette. È una furia belluina, senza freno: non le perdonano l’essere stata pagana e l’essere stata donna, il suo aver infranto tutte le abitudini e le convenzioni. Vogliono punire quell’orgoglio che le ha fatto credere di potersi comportare non come una femmina ma come un essere umano pensante, in un’epoca in cui pensare autonomamente era pericoloso anche per un maschio. È il branco che sbrana chi osa ribellarsi alla sua legge, perché una donna così fa girare i coglioni, una donna così non ha il diritto di vivere.

Muore male, Ipazia. Difficile immaginare morti più violente, senza dignità, morti peggiori. L’inchiesta che viene aperta, è chiusa in fretta: Elia Pulcheria copre ciò che può, limitandosi a porre i monaci sotto il suo diretto controllo, un modo per dire grazie, ma adesso zitti, che sennò la faccia ce la perdo davvero; Cirillo nega di essere coinvolto, anche se l’ombra del dubbio gli rimane appiccicata per sempre; Sinesio è sconvolto, ma, lontano nella sua Cirene, nulla può se non piangere in silenzio.

Di Ipazia non si parlerà più per secoli. Il suo nome è noto solo agli addetti ai lavori, filosofi, storici del mondo antico. Il grande pubblico poco sa di lei ed ignora sia la sua esistenza che la sua morte. Oddio, potrebbe saperne di più, se in Italia venisse finalmente distribuito un film dello spagnolo Alejandro Amenábar, che narra la sua vicenda. Ma il film in Italia non trova un distributore, nonostante in Spagna sia già campione di incassi e altrove sia stato presentato in numerosi festival, sempre ottenendo buone accoglienze. Si dice e si sussurra che dietro alla mancata diffusione ci sia una certa insofferenza del Vaticano nel vedere spiattellata così la condotta di due santi, Cirillo e Elia Pulcheria, nonché dei monaci alessandrini assassini e linciatori: potrebbero sconvolgere il pubblico, questi ritratti poco edificanti di un vescovo e del suo entourage: siamo un paese dove i preti sullo schermo sono sempre o dei Don Camillo e o dei Don Matteo. E dove le donne come Ipazia faticano ad essere considerate eroine. Sono donne che fanno girare i coglioni, ma tanto, e anche quando sono morte da secoli, sì.