“Niente è come appare, ragazzo, soprattutto poi per l’uomo che già di per sè è apparenza” (Palissandro di Trezene)
Se avete tempo e pazienza, sperando di non violare nessun diritto d’autore, vorrei raccontarvi una fiaba, semplicemente vista da un’altra prospettiva.
Mia diletta, mia adorata Marian,
Vi scrivo questa mia da così lontano che il Vostro piccolo cuore non può nemmeno immaginare dove. Sarà la prima, Marian, e l’ultima: non che non ci abbia mai provato in tutti questi anni, credetemi, ma troppe, troppe volte la penna s’arrestava sul foglio e io non trovavo più le parole per spiegare, per farVi capire. Il mio, il nostro passato diventava all’improvviso un lontano deserto e le voci, le troppe voci di allora, spaventosi urli di silenzio.
Domani, forse dopodomani, si combatterà giù nel nord della Francia una battaglia decisiva per i destini dell’Inghilterra.
Bouvines, così si chiama questo piccolo paese, sorge su una piana qua e là digradante a collina, e i suoi tramonti sono magici perchè il sole si veste d’azzurro intenso e poi di viola, prima di perdersi all’orizzonte.
Giovanni, che io ho seguito fin da ragazzo, perchè era quello che amava di più il padre e che più di tutti ha cercato l’onore e la dignità della nostra patria, si è alleato con Ottone di Brunswick contro Filippo Augusto, per riprendersi le nostre contee di oltremanica che perversi nemici, facendo lega insieme, ci hanno tolto.
Ma forse a Voi tutto ciò non interessa, e niente può ormai scalfirVi dentro quell’eremo dove Vi siete rinchiusa di Vostra volontà per ripararVi e difenderVi, cercando in Dio la pace che il mondo non poteva darvi.
Vorrei poter tornare indietro nel tempo, alla fiera di Northweek o alla funzione di Natale del 1193, quando mi siete apparsa bella, eterea, sulla scalinata della cattedrale, circondata da una schiera di damigelle solerti a ogni Vostro cenno: mi entraste allora nelle ossa e nell’anima e non ne usciste più.
E’ così Marian, io Vi ho adorato (chè dire amato sarebbe ben poca cosa), Vi ho adorato da quel primo sguardo: rimasi allora così attonito, così sbalordito che le mie guardie mi chiesero se stessi male, se avessi bisogno di qualcosa. Io, in quell’attimo, percorsi bruciandola in me la Vostra bellezza e la strada che avremmo potuto fare insieme, nel conoscerci e capirci per amor nostro e per la nostra Inghilterra, così dilaniata, così incerta e disanimata in quegli anni.
Niente è come appare mia diletta. Quand’ero ancora bambino, un giorno, per sbaglio aprii una porta e vidi mio padre montare una serva, così, da dietro, come un animale, e urlava urlava nelle orecchie di quella poveretta che scalciava e scalpitava per liberarsi. Non ho mai dimenticato quella scena e da quel giorno non ho mai più rispettato mio padre, pur amandolo, perchè mi faceva paura, mi faceva pena.
Eppure era un uomo magnifico: la gente si scappellava al suo passaggio, i derelitti correvano a chiedergli ragione, i contadini lo veneravano come un buon padre: era un uomo meraviglioso fuori e una bestia dentro. E scusatemi, mia signora, se ho dovuto fare uso di un esempio così crudo e offendere le Vostre orecchie, i Vostri occhi, ma era necessario, quasi una parabola di quel che andrò scrivendo in seguito.
Forse la storia, tutta la storia, com’è veramente stata fin dal suo principio, Voi non la conoscete, nè potete sapere come io l’ho vissuta; ma ora che tutto si è compiuto e le ombre del convento Vi concedono respiro, io, quella storia, vorrei raccontarVela, perchè similmente a Voi neppure il mondo sa: si è lasciato ingannare dalle canzoni dei trovatori, dalle ballate popolari, da leggende false e meschine, scambiando infine la fantasia per la realtà.
C’è nella fantasia un’emozione impalpabile che acceca la ragione, un grande vento magico che scuote un popolo, lo sbalordisce, gli soffia nell’anima illusioni e menzogne mischiate fra loro senza un confine: e il popolo si rispecchia in quel che sogna fino a crederlo vero. Un popolo è grano, salute, farina, e quando questo manca non si chiede perchè, nè si domanda cosa sia una guerra, una pace, che senso abbia la storia; ogni cosa, per un popolo, è nel momento in cui accade, non esistono un prima e un dopo, delle cause degli effetti, e allora s’immedesima, si rispecchia in chi canta e recita cose uguali alla propria sofferenza, senza conoscerne il rimedio, che non è quasi mai un re, quel re, come il popolo vuole a tutti i costi credere.
Arriva un menestrello e canta: fuori Giovanni, fuori il re fasullo d’Inghilterra! e il popolo applaude. Ne arriva un altro e canta a sua volta: torni Riccardo, lui sì che ci capiva! e tutti a dargli ragione. Ma non è così, Marian, non è vero quel che han recitato i bardi, non è stata questa la storia d’Inghilterra. Riccardo era un uomo abietto e infame, vittima di sua madre Eleonora e segretamente innamorato di lei. Dall’età della ragione non ci fu altro pensiero in lui se non il potere, se non come eliminare il padre e prenderne il posto, e a dire il vero fu proprio il padre a inculcargli quest’ossessione, a piantare questo seme nel suo cuore. Enrico Plantageneto era un pazzo innamorato della sua voce e dei suoi gesti plateali: a vederlo metteva i brividi addosso e nessuno mai, dico nessuno, fu in grado di contraddirlo a parte Elenora. Cinico, spietato, deluso dai figli, giocava con loro come un cane con le volpi nella tana: ora blandiva uno, ora l’altro, ora prometteva ad uno il regno, ora si smentiva e lo assegnava al secondo, ma sempre, alla lunga, in questo gioco sadico e perverso, non amava che se stesso. Venne il momento delle alleanze per distruggerlo. Riccardo, svenevole, efebico, mammone all’inverosimile, fece combutta con Eleonora, sua madre. Giovanni, all’apparenza modesto e schivo, il contrario di uno spaccamontagne, cercò alleanze in Francia. Non sto a calcolare torti e ragioni, di certo nessuno amava il padre da cui avevano raccolto solo insulti e ignomignie, parimenti alla febbre di comando, di potere.
Eliminato il padre, Riccardo salì al trono e non riconobbe al fratello quasi nulla, lasciandogli le briciole: gli mise temporaneamente in mano un regno disfatto e lacerato e se ne partì a cercar gloria in Terrasanta, per guadagnarsi la riconoscenza del mondo cristiano facendo combattere altri, mentre lui si assicurava onori e bottini.
Avrete già capito, Marian, che questa lettera è più di una dichiarazione d’amore, che questa lettera è la mia vita, e questa vita è come un cielo che a ogni stagione confonde i notturni e scombussola le posizioni delle stelle: un punto, una luce più viva che credevi di avere sempre lì di fronte a te, e all’improvviso non c’è più, si è defilata altrove, e con la sua fuga tutta la volta è cambiata: irriconoscibile.
Forse non dovrebbero esistere i re, Marian, forse non sarebbero mai dovuti esistere. Come i popoli non vedono davanti, dietro, prima e dopo, così i re non capiscono mai il presente, l’attimo in cui sono calati: per loro tutto è immortale ed eterno, e non sanno commisurare le loro guerre, i loro trattati di pace, il senso della storia al grano, alla salute, alla farina.
Sono triste in questa notte di Bouvines. Mi dicono che in un torrente qui vicino guizzano trote argentate, ed è uno spettacolo vederle al chiaro di luna. Ma io non so se questa luna sorgerà e non so se sarà una luna qualunque o, forse, l’ultima.
Al mio re Giovanni fu consegnato un regno senza speranza e il compito di renderlo credibile sulle ceneri del padre e del fratello, ma ricevette dal popolo solo insulti e canzonacce. Riccardo non tornava, e quando alla fine tornò lo fece da prigioniero dell’imperatore Enrico VI. Toccò a Giovanni pagarne il riscatto, enorme per la verità, e restituirgli la corona.
Il popolo vide l’esilio di Riccardo come l’esilio di una nazione intera; quello era il loro re, quello era il loro eroe, e Giovanni aveva sicuramente tramato contro di lui: nacquero fiabe e lais e plahn sulle sue sofferenze, le sue torture, i maneggi del fratello per tenerlo lontano dal suo popolo.
Ricordo come fosse oggi, Marian, quei giorni: io ero appena stato nominato shire-reeve di Nottingham da Giovanni, e Giovanni aveva un diavolo per capello. L’Inghilterra lo odiava, quel pazzo di suo fratello si era fatto catturare dai nemici; la folla sbraitava e qualcuno, più di uno, la sobillava: Riccardo stesso, da lontano, mandava messaggi di fuoco, rivoltando una sua sconfitta personale in vittoria e facendo leva su un popolo esasperato e pronto a crocifiggere Giovanni.
Com’è facile l’assenza, Marian, penso spesso. Com’è semplice far credere che se ci fossi stato tu, in quel posto, sarebbe cambiato tutto. Che grande ipocrita, vanesio, insopportabile innamorato di sè è stato Riccardo cuor di leone. Che grande strategia vincere senza muovere un dito e non per propri meriti, ma per i presunti demeriti di un altro.
Ricordo bene quei giorni, dicevo: tutti mi davano contro, si accendevano fuochi e falò e la gente mi bruciava in effigie. Ricordo quei giorni: ho tentato più volte di convocare i contadini, i pescatori, i mercanti, ma non c’è stato niente da fare, mi hanno accusato tutti di leccare i piedi a un usurpatore, uno che sedeva in un trono non suo, quando quel trono, quel maledetto trono, qualcuno doveva ben tenerlo in mancanza di un codardo, di un pusillanime come Riccardo “cuori di leone”.
Poi arrivò questo Robin Hood, uno yeoman, ovvero un pazzo in libertà, che come Voi ora sapete bene era un cacciatore di frodo e un vendicatore di torti inesistenti. Robin, o forse è meglio chiamarlo lord Locksley, perchè questo era, un nobile decaduto, fece passare per legittime tutte le sue ruberie, le infigardaggini, le vendette sanguinose, prendendo a pretesto le ingiustizie sociali che nemmeno sapeva cosa fossero. Conoscevo il tipo, mi erano già giunte notizie dal circondario: era accusato di due omicidi, di rapine, incendi, ma appena fatto un colpo fuggiva, si dava alla macchia, rendendosi introvabile.
Questo lord non conosceva neppure Riccardo e andava dicendo di essere stato espropriato dei bene perchè suo fedele vassallo: niente di più falso. Giunto a Sherwood orgnizzò una solida banda di fuoriusciti e sbandati, presentandosi al popolo come difensore civico. Un frate spregiudicato e libidinoso e un gigante senza cervello furono le sue lunghe mani: quel che premeva a Robin era sentirsi libero di sfidare il mondo, giustificando tutto con poche monete passate ogni tanto nelle mani dei poveri. Ci riuscì, e tenne in sacco la contea, la sua gente, le sue tradizioni.
Fiorirono su di lui leggende fantastiche come quella della sua infallibilità con l’arco. Ora, mia diletta Marian, illongbow che lui usava, fatto di legno di tasso, tirava sì a duecento metri, ma era così alto e sottile da non poter avere nessuna precisione.
Una sera sono entrato da solo nella foresta di Sherwood, per incontrarlo. Voi, a quel tempo, non l’avevate ancora conosciuto, non avevate ancora subito il suo fascino, i suoi vent’anni.
Incontrai subito frate Tuck e Little John, che mi sputarono in faccia ancor prima di dirmi: guara chi si vede! ma girano liberi i porci da queste parti? e giù risate. Mi fecero passare bendato in mezzo a un’infinità di alberi e cespugli che non scorgevo e che mi colpivano immancabilmente. Poi fui davanti a Robin. Non mi stupì il suo sguardo: era quello del vincitore, dell’eletto, di chi ha la storia e Dio dalla sua parte: sprezzante, categorico, sicuro di sè in una nuvola di puzza nauseabonda che emanava la sua calzamaglia. Provai a spiegargli chi ero io e perchè l’Inghilterra avesso bisogno di tempo e di pace. Provai a spiegarli dettagliatamente chi veramente fosse quello che riteneva il suo eroe, Riccardo cuori di leone, e infine gli proposi di allearci per mettere d’accordo nobili e contadini.
Mi rise in faccia di una risata storta e perversa, e mi propose un chissà quale gioco con un suo compagno: se avessi vinto avrebbe riflettuto sulla mia proposta, se avessi perso mi avrebbe impalato. Questo era Robin Hood, o lord Locksley come altri dicono, questa era la persona per cui avevate perso la testa.
Voi incontraste Robin in un’atmosfera di favola: lui venne a cantarVi una serenata sotto il balcone e lo trovaste subito bello e invincibile: l’improvviso realizzarsi dei Vostri sogni, quel che non avevate mai avuto da Vostro padre, dal suo regno, da Vostra madre, dalle sue malinconie. Vi innamoraste di Robin perchè era il contrario della Vostra vita e Vi deste a lui idealizzando quelle foreste, vedendo nei suoi compagni angeli sporchi e meravigliosi. V’innamoraste di Robin perchè non sapevate niente e niente volevate sapere, perchè quello yeoman in calzamaglie era il sogno. Lo avete seguito, siete finita con lui nella foresta, avete condiviso bugie e illusioni.
Oh, Marian, quando sono venuto a prenderVi e portarVi via da lì, oh, non l’avessi mai fatto: Dio mi è testimone, quanto ho sbagliato! Dio, com’è stata lunga quella notte, prima della decisione! Ho pensato: “lo faccio per me?” Ho pensato: “con che diritto?” Ho pensato: “non importa, mi maledirà, mi odierà, mi vorrà uccidere, ma la sua vita è più importante di tutto!” L’ho fatto, ed era l’ultima possibilità di farVi rinsavire, per farVi uscire da una malia: io sapevo che non eravate più in Voi, che Vi aveva incantata, abbindolata, sapevo che non eravate nata per quella vita. E così quando sono venuto a toglierVi dalle sue grinfie e a portarVi con me perchè capiste, mi aspettavo di poterVi fare ragionare, che aveste un attimo di lucidità per individuarne le fole, le menzogne. E qui l’errore più grande della mia vita, quello che ancora mi martoria dentro e non mi dà pace e mi uccide ad ogni risveglio, a ogni sogno: tentai di abbracciarVi.
C’era in quell’abbraccio, Marian, come un bisogno di trasmetterVi protezione, rispetto, abnegazione; ma presto, troppo presto, sentii il cuore pulsare impazzito e il sangei dal cervello pervadermi tutto il corpo: quel solo aver toccato le Vostre carni fu la mia dannazione e il Vostro risveglio, la fine di tutto. Io volevo abbracciarVi per farVi ritornare al mondo e mostrarvelo in tutta la sua chiarezza per quel che era ed è, ma poi ha prevalso l’istinto. Una volta su mille capita che si s’incontrino due persone giuste l’una per l’altra, io questo l’ho sentito, e di fronte a questo sentimento non mi sono saputo fermare.
Vi chiedo mille volte scusa, adorata Marian, per aver confuso l’affetto col desiderio e averVi mortalmente offesa, sembrando un qualunque profittatore, quando invece avrei voluto soltanto sentirVi felice tra le mie braccia. Da quel giorno tutto è finito, da quel giorno Voi siete stata interamente, totalmente di Robin, e avete incendiato campi, casali, fattorie, non rendendoVi conto di prendere ai ricchi per ridare ai ricchi, per farli vincere sempre e comunque. I poveri non si potevano aiutare come credevate Voi, non si potevano salvare appoggiando un re infingardo e fasullo come Riccardo cuor di leone.
Non ho più notizie, oggi, di quel bellimbusto, fantomatico difensore dei poveri che poi era un lord decaduto. Mi sono giunte notizie di Voi, della Vostra disillusione, conosco i motivi per cui, finalmente, l’avete abbandonato al suo destino e Vi siete ritirata in un convento. Qualcuno racconta che si sia infiltrato anche lui in un convento e sia stato ucciso a bastonate dalle suore.
Tutta la mia vita è stata un ricordo continuo di Voi e della sera in cui non Vi ho meritato, in cui ho bruciato tutto senza speranza di ritorno. Ricordo che in Voi c’è la forza delle scogliere, l’impeto dell’onda, la dolcezza del vento sulle querce del mio paese. Dopo quella tremenda notte al mio castello, che Voi avete interpretato come voglia di possesso mentre era solo preghiera d’amore, non ho più voluto che una donna mi riempisse il cuore.
Qui, a Bouvines, in questa vigilia tragica, passo in rassegna le sentinelle e osservo da lontano il campo nemico trovandolo smisurato, troppo grande per le nostre esigue forze.
Incontro ragazzi di vent’anni, Marian, che domani non ci saranno più. A uno pieno di brufoli e lentiggini ho chesto: “ma perchè lo fai, perchè sei qui?” “per il re e per l’Inghilterra” mi ha risposto senza nemmeno battere ciglio. Sarà giusto tutto questo? sono qui a Bouvines con Giovanni Senzaterra, so che perderemo, non abbiamo nessuna speranza di vincere. Lui è invecchiato, più dei fiori, meno delle stelle, e forse oggi è ancora più vicino al popolo che non ha mai avuto. Perchè al popolo non importa niente del vero, ma solo di quello che sembra vero.
Spero che lì nel Vostro convento Vi possiate sentire al sicuro da tutte le pene del mondo: io Vi ho amato e Vi amo, Marian, oltre i confini del mondo, ma non ho saputo concederVi la dolcezza, l’abbandono, non ho saputo regalarVi una scala che Vi portasse lassù in mezzo ai sogni.
Non ho mai capito, non ho mai creduto che bastassero le canzoni a far felici gli uomi e le donne.
Vostro eternamente innamorato
shire-reeve di Nottingham
Rudolf Cartwright

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